Archivi tag: zona abitabile

La scoperta di Kepler-186f conferma l’esistenza di pianeti terrestri nella zona abitabile

The artist’s concept depicts Kepler-186f, the first validated Earth-size planet orbiting a distant star in the habitable zone—a range of distances from a star where liquid water might pool on the surface of an orbiting planet. The discovery of Kepler-186f confirms that Earth-size planets exist in the habitable zone of other stars and signals a significant step closer to finding a world similar to Earth. The artistic concept of Kepler-186f is the result of scientists and artists collaborating to help imagine the appearance of these distant worlds. Credit: Danielle Futselaar
Nonostante la recente scoperta di un pianeta extraterrestre delle dimensioni della Terra abbia fatto il giro del web, siamo ancora lontani dall’affermare che possa essere potenzialmente abitabile e perciò ospitare qualche forma di vita intelligente.

Denominato con la sigla Kepler-186f, si tratta del primo corpo celeste in orbita attorno ad una stella nana rossa ad una distanza ideale, nota come zona abitabile, dove l’acqua potrebbe esistere allo stato liquido, una condizione necessaria per lo sviluppo di qualche forma di vita, sia essa primitiva o complessa, almeno come noi la conosciamo. Inoltre, dobbiamo ammettere che potremo non essere in grado di saperlo poichè il pianeta non solo è distante dalla Terra, trovandosi a circa 500 anni-luce, ma risulta estremamente debole per effettuare delle eventuali “osservazioni dirette”. Non sappiamo di certo se la sua superficie sia rocciosa, nè se esista una atmosfera o di cosa sia fatta o se c’è in definitiva acqua sulla superficie.

Oggi, con l’attuale tecnologia non siamo ancora in grado di analizzare lo spettro dell’atmosfera di un esopianeta e non siamo nemmeno vicini a realizzare queste misure estremamente complesse. Forse dovremo aspettare la prossima generazione di telescopi spaziali, diciamo tra 10 o 20 anni. Nel frattempo qui sulla Terra si prepara ad entrare in funzione NESSI, cioè New Mexico Exoplanet Spectroscopic Survey Instrument, che avrà lo scopo di “assaggiare”, per così dire, gli esopianeti fornendo preziosi indizi sulla loro composizione chimica.

Insomma, stiamo parlando del primo corpo celeste delle dimensioni dei pianeti terrestri che si trova proprio nella zona abitabile ma è anche vero che le cose potrebbero cambiare presto. La ricerca di un pianeta che possa ospitare forme di vita intelligenti rimane ancora un obiettivo molto lontano, pura ricerca accademica, poichè non esiste un sistema solare alieno che si trovi abbastanza vicino da permettere una sorta di viaggio spaziale all’umanità, a meno che non avremo inventato tra qualche decina di anni i viaggi nel tempo. Viaggiando ad una velocità prossima a quella della luce, per raggiungere Kepler-186f  e fare ritorno a terra occorrerebbero più di 1000 anni.

NASA: NASA's Kepler Discovers First Earth-Size Planet In The 'Habitable Zone' of Another Star
AFP: Quest for extraterrestrial life not over: experts say
Gemini Observatory: FIRST POTENTIALLY HABITABLE EARTH-SIZED PLANET CONFIRMED BY GEMINI AND KECK OBSERVATORIES
Digital press-kit: Kepler-186f: The First Earth-size Habitable Zone Planet of Another Star
Video: Animation depicting Kepler-186f, the first validated Earth-size planet orbiting a distant star in the habitable zone

Kepler individua tre nuove super-terre nella zona abitabile

L’immagine mostra una illustrazione delle dimensioni relative di tutti i pianeti scoperti nella zona abitabile. Da sinistra verso destra: Kepler-22b, Kepler-69c, Kepler-62e, Kepler-62f e la Terra.
Credit: NASA Ames/JPL-Caltech.

La scoperta deriva dall’analisi dei dati di Kepler, relativa a due sistemi planetari, che ha permesso di identificare mediante il metodo del transito tre pianeti simili nelle dimensioni alla Terra che risiedono nella cosiddetta zona abitabile, cioè quella regione dello spazio interplanetario dove la temperatura superficiale del pianeta è tale che l’acqua si trova nello stato liquido. Kepler-62 è composto da cinque pianeti (62b, 62c, 62d, 62e, 62f) mentre Kepler-69 è caratterizzato da soli due pianeti (69b e 69c). Kepler-62e, Kepler-62f e Kepler-69c sono i tre pianeti con caratteristiche simili al nostro pianeta.

Il sistema planetario Kepler-62 appartiene ad una stella nana di tipo spettrale K2, più piccola e più fredda del Sole, la cui dimensione e luminosità sono rispettivamente due terzi e un quinto rispetto a quelle della nostra stella. Inoltre, la stella ospite ha una età di circa 7 miliardi di anni, quindi è un po’ più vecchia del Sole, e si trova ad una distanza di 1200 anni-luce nella costellazione della Lira. Si ritiene che Kepler-62f abbia una composizione chimica rocciosa e soprattutto una dimensione pari al 40% più grande rispetto a quella del nostro pianeta, un dato che lo pone primo nella lista degli esopianeti più simili, in termini di dimensioni, alla Terra. Inoltre, Kepler-62f ha un periodo di rivoluzione attorno alla stella di 267 giorni. Kepler-62e orbita nella parte più interna della zona abitabile e ha una dimensione pari al 60% più grande rispetto a quella del nostro pianeta.

Kepler-69c, che è il più grande dei tre pianeti di tipo terrestre, cioè il 70% più grande in termini di dimensioni, si trova nella zona abitabile orbitando attorno ad una stella simile al Sole. Infatti, il secondo sistema planetario, Kepler-69, orbita attorno ad una stella di tipo spettrale G, che è quella del Sole, e si trova ad una distanza di 2700 anni-luce nella costellazione del Cigno. La sua dimensione e luminosità sono rispettivamente circa il 93% e l’80% di quelle della nostra stella. Gli astronomi non hanno ancora definito la composizione chimica di Kepler-69c e il suo periodo di rivoluzione, che è di 242 giorni, ricorda quello del nostro vicino Venere. Inoltre, i ricercatori non sono ancora certi se l’acqua esista o meno su questi nuovi pianeti ma la loro scoperta rappresenta un segnale verso la ricerca definitiva di un pianeta extrasolare che abbia tutte le carte in regola per essere considerato una ‘seconda Terra’.

NASA: NASA's Kepler Discovers Its Smallest 'Habitable Zone' Planets to Date
Science (Kepler-62): Kepler-62: A Five-Planet System with Planets of 1.4 and 1.6 Earth Radii in the Habitable Zone
arXiv (Kepler-69): A super-Earth-sized planet orbiting in or near the habitable zone around Sun-like star

Molti più pianeti nella zona abitabile

Secondo una recente analisi condotta da Ravi Kopparapu del Dipartimento di Geoscienze presso la Penn State University, il numero di pianeti potenzialmente abitabili sembra essere molto maggiore di quanto sia stato ipotizzato in precedenza e alcuni di essi potrebbero essere presenti attorno alle stelle più vicine al Sole.

“Oggi crediamo che se prendessimo 10 stelle vicine potremmo trovare almeno quattro pianeti potenzialmente abitabili, prendere o lasciare”, dichiara Kopparapu. “Si tratta comunque di una stima conservativa, forse ce ne potrebbero essere di più”. Kopparapu ha ricalcolato la probabilità di trovare pianeti terrestri nella cosiddetta zona abitabile attorno a stelle di massa più piccola note anche come nane di tipo spettrale M. Gli astronomi si interessano a questo tipo di stelle per diversi motivi. Ad esempio, il periodo impiegato a descrivere un’orbita attorno alle nane-M è molto breve e questo permette ai ricercatori di acquisire una grande quantità i dati monitorando un elevato numero di orbite rispetto a quelle che vengono effettuate nel caso di stelle di tipo Sole dove la zona di abitabilità è molto più ampia. Inoltre, le nane-M sono molto più comuni e ciò vuol dire che possono essere facilmente più osservabili. Ora, secondo i calcoli di Kopparapu si trova che la distanza media del pianeta più vicino potenzialmente abitabile è di circa 7 anni-luce, ossia circa la metà del valore precedentemente stimato. “Ci sono almeno otto stelle di tipo M entro 10 anni-luce, per essere conservativi, e dunque ci aspettiamo di trovare almeno tre pianeti di tipo terrestre nella zona abitabile”. Questi risultati sono il proseguimento di uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics nel 1993 che hanno analizzato un campione di 3.987 stelle di tipo M al fine di calcolare quanti pianeti di tipo terrestre ci si aspetta nella zona abitabile. Ad ogni modo, le nuove stime ottenute da Kopparapu, che si basano sui dati di Kepler, derivano da un modello in cui è stata inserita l’informazione sull’assorbimento dell’acqua e dell’anidride carbonica, un dato che non era disponibile nel 1993. Kopparapu ha applicato questo ed altri parametri al modello del gruppo di Harvard, utilizzando lo stesso metodo di calcolo, trovando così che esistono più pianeti nella zona abitabile, almeno di un fattore tre. Insomma, pare che i pianeti terrestri siano molto più comuni di quanto sia stato ipotizzato in precedenza e ciò è un segnale positivo per la ricerca di vita extraterrestre.

Penn State University: Earth-sized planets in habitable zones are more common than previously thought

arXiv: A revised estimate of the occurrence rate of terrestrial planets in the habitable zones around Kepler m-dwarfs

Dalle stelle ‘morenti’ probabili indizi sulla vita extraterrestre

È quanto emerge da uno studio recente in base al quale anche le stelle che si trovano nella fase finale della loro evoluzione potrebbero ancora ospitare dei pianeti sui quali la vita, se esiste, dovrebbe essere rivelata con le future osservazioni spaziali entro i prossimi dieci anni. Queste considerazioni incoraggianti derivano da una serie di studi sui pianeti di tipo terrestre che orbitano attorno alle nane bianche. I ricercatori hanno concluso che si potrebbe rivelare l’ossigeno presente nelle atmosfere planetarie molto più facilmente rispetto al caso dei pianeti che orbitano, invece, attorno alle stelle di tipo solare.

“Nella ricerca di segnali biologici di tipo extraterrestre, le prime stelle che dovremmo studiare sono le nane bianche”, spiega Avi Loeb del Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CfA) e direttore dell’Institute for Theory and Computation. Quando una stella come il Sole termina il suo ciclo vitale, spazza nel mezzo interstellare i suoi strati più esterni lasciandosi dietro un nucleo denso, caldo e collassato che viene chiamato nana bianca. Queste stelle morenti hanno le dimensioni della Terra. La stella si raffredda lentamente e si indebolisce nel corso tempo anche se può trattenere ancora a lungo del calore residuo per riscaldare, per così dire, un pianeta vicino anche per miliardi di anni. Dato che una nana bianca è molto più piccola e più debole del Sole, un pianeta dovrebbe trovarsi molto vicino alla stella affinchè l’acqua si trovi sulla superficie allo stato liquido e perciò il pianeta sia abitabile. Inoltre, questo pianeta dovrebbe orbitare attorno alla stella una volta ogni 10 ore e trovarsi ad una distanza di circa 1,5 milioni di chilometri. Prima che la stella diventi una nana bianca, essa passa attraverso la fase di gigante rossa inglobando e distruggendo qualsiasi pianeta che si trovi vicino al suo raggio d’azione. Di conseguenza, un pianeta potrebbe arrivare nella zona abitabile (post) dopo che la stella sia evoluta nella fase di nana bianca. Questo pianeta potrebbe comunque formarsi nuovamente dall’accrescimento di polveri e gas, cioè sarebbe un pianeta di ‘seconda generazione’, oppure potrebbe migrare verso l’interno dalle regioni più distanti. Insomma, se esistono pianeti nella zona abitabile delle nane bianche dovremmo prima o poi trovarli. L’abbondanza di elementi pesanti sulla superficie delle nane bianche implica che una frazione significativa di queste stelle collassate possiede pianeti rocciosi. Loeb e il suo collega Dan Maoz dell’Università di Tel Aviv stimano che una survey delle 500 nane bianche più vicine potrebbe darci alcuni indizi sulla presenza di una o più terre abitabili. Il miglior metodo per rivelare questi pianeti consiste nella ricerca del transito quando la luce di una stella si indebolisce nel momento in cui un pianeta passa davanti al disco stellare. Dato che una nana bianca ha circa le dimensioni della Terra, un pianeta di tipo terrestre dovrebbe bloccare una maggiore frazione di luce e produrre così un segnale caratteristico della sua presenza. Ancora più importante è il fatto che gli astronomi sono in grado di studiare le atmosfere dei pianeti che transitano davanti al disco della propria stella. Quando la luce della nana bianca brilla attraverso l’anello di luce che circonda il disco planetario, l’atmosfera assorbe parte della radiazione. Durante questo momento della fase del transito si producono delle ‘impronte chimiche’ da cui è possibile capire se l’atmosfera contiene vapore acqueo o addirittura ‘segni di vita’ dati dalla presenza di ossigeno. Sulla Terra, l’atmosfera viene continuamente rifornita di ossigeno attraverso la fotosintesi dovuta alle piante. Se un giorno tutte le forme di vita cessassero di esistere sulla Terra, la nostra atmosfera diventerebbe rapidamente priva di ossigeno che si dissolverebbe negli oceani e ossiderebbe la superficie terrestre. Il telescopio spaziale James Webb (JWST), che sarà lanciato in orbita entro la fine di questo decennio, promette di essere un buon strumento per rivelare la presenza di gas nelle atmosfere di questi mondi alieni. Loeb e Maoz hanno simulato uno spettro sintetico sulla base di ciò che JWST potrebbe vedere analizzando l’atmosfera di un pianeta extrasolare che orbita attorno ad una nana bianca. I dati suggeriscono che sia l’ossigeno che il vapore acqueo potrebbero essere rivelati con sole poche ore di osservazione. Ma un altro studio recente mostra che il pianeta abitabile più vicino è molto probabile che si trovi ad orbitare attorno ad una nana rossa. Infatti, secondo Courtney Dressing e David Charbonneau del Dipartimento di Astronomia di Harvard dato che la nana rossa, nonostante sia più piccola e più debole del Sole, è molto più brillante e più grande di una nana bianca, il suo alone di luce potrebbe sovrastare il debole segnale dell’atmosfera di un pianeta che orbita attorno alla stella. Il telescopio spaziale JWST sarebbe perciò costretto ad osservare centinaia di ore di transito e sperare di catturare la composizione chimica dell’atmosfera planetaria. Comunque sia, Loeb rimane convinto che il pianeta più vicino e per il quale possiamo essere in grado di verificare l’esistenza di vita si troverà attorno ad una nana bianca.

Harvard University: Future Evidence for Extraterrestrial Life Might Come from Dying Stars

arXiv: Detecting bio-markers in habitable-zone earths transiting white dwarfs

Un nuovo modello per ridefinire la zona abitabile

Gli astronomi che osservano le galassie alla ricerca di pianeti extrasolari vogliono capire se la vita può ancora esistere sui quei pianeti che si trovano nella cosiddetta zona abitabile dove ci si aspetta che l’acqua esista allo stato liquido e possa sostenere forme di vita aliena. Oggi, da uno studio recente condotto da un gruppo di ricercatori della Penn State University emergono nuovi strumenti d’indagine che aprono una nuova finestra verso questo campo di ricerca.

Utilizzando i dati più recenti, i ricercatori del Dipartimento di Geoscienze presso la Penn State University hanno sviluppato un modello per determinare se gli esopianeti che sono stati identificati cadono, o meno, nella zona abitabile. Il lavoro si basa su un modello precedente, sviluppato da James Kasting, e offre calcoli più accurati su come può essere trovata la zona abitabile attorno alle stelle. In realtà, i risultati suggeriscono che rispetto al modello precedente le zone abitabili si trovano molto più distanti dalla stella. Questo nuovo modello ha permesso già di ottenere risultati importanti su alcuni esopianeti che si pensava esistessero nella zona abitabile mentre invece non lo sono. Il modello sarà utilizzato per le future osservazioni spaziali che saranno condotte con i telescopi del programma Terrestrial Planet Finder per guidare gli astronomi verso la ricerca di pianeti simili alla Terra.

Penn State press release: Researchers develop model for identifying habitable zones around stars

arXiv: Habitable Zones Around Main-Sequence Stars: New Estimates

Tau Ceti potrebbe ospitare un pianeta abitabile ‘molto vicino’

Un gruppo internazionale di astronomi hanno scoperto che Tau Ceti, una delle stelle di tipo solare più vicine al Sole, potrebbe ospitare cinque pianeti, uno dei quali si troverebbe nella cosiddetta zona abitabile.

Tau Ceti è una nana gialla, si trova ad una distanza di circa 12 anni-luce, è visibile persino ad occhio nudo nella costellazione della Balena e la sua classificazione spettrale la pone nella classe delle stelle di tipo solare. Le masse dei suoi cinque pianeti sono comprese tra due e sei volte la massa terrestre e ciò ne fa il sistema planetario meno massiccio mai rivelato. Uno dei pianeti si troverebbe nella cosiddetta zona abitabile, dove sono presenti le giuste temperature per favorire l’acqua allo stato liquido, e si calcola che la sua massa sia pari a circa cinque volte quella terrestre, un valore che lo rende tra il più piccolo dei pianeti finora rivelati nella zona abitabile e che orbitano attorno a stelle di tipo solare. “Questa scoperta ci dice che virtualmente ogni stella è dotata di un sistema planetario e che perciò la Via Lattea deve essere ricca di tali sistemi dove sono presenti pianeti di tipo terrestre potenzialmente abitabili” dichiara Steve Vogt dell’Università della California a Santa Cruz. “Stiamo ora cominciando a capire come la natura favorisca sistemi planetari multipli dove i pianeti percorrono le loro orbite in meno di 100 giorni. Ciò è decisamente diverso rispetto a quanto avviene nel nostro Sistema Solare dove non ci sono pianeti all’interno dell’orbita di Mercurio. In un certo senso, il nostro sistema planetario sembra l’eccezione alla regola piuttosto che il caso più comune”. Finora, sono stati scoperti più di 800 pianeti extrasolari che orbitano attorno ad altre stelle e quelli che sono particolarmente vicini e appartengono a sistemi stellari come il Sole diventano di fondamentale importanza. Tau Ceti è così vicina e brillante che in un futuro prossimo sarà possibile studiare persino le atmosfere dei suoi pianeti. La scoperta di questi sistemi planetari vicini al nostro suggerisce che tali sistemi extrasolari sono molto comuni nella Galassia perciò studiarli in dettaglio ci permette di ottenere ulteriori indizi su come essi hanno origine.


Press release: New neighbours? Closest single star like our Sun may have habitable planet

UC Santa Cruz release: Closest single star like our Sun may have a habitable planet

arXiv: Signals embedded in the radial velocity noise. Periodic variations in the tau Ceti velocities

HD 40307g, un nuovo pianeta potenzialmente abitabile

Situato a poco più di 41 anni-luce nella costellazione del Pittore, il sistema stellare HD 40307 è composto da una stella nana di color arancione, già identificata in precedenza, e da ben tre super-Terre. Oggi, però, un gruppo di ricercatori che stanno analizzando i dati dello strumento HARPS dell’ESO suggeriscono che esistono invece almeno sei super-Terre e una di esse sembra risiedere nella cosiddetta zona abitabile.

Lo strumento HARPS, che sta per High Accuracy Radial velocity Planet Searcher, è installato presso il telescopio di 3,6 metri dell’ESO a La Silla. Esso ha lo scopo di rivelare l’esistenza di pianeti extrasolari attraverso il metodo dell’oscillazione della stella ospite, noto anche come spettroscopia Doppler, causata dall’interazione gravitazionale dovuta ai propri pianeti. Grazie ad una serie di analisi dei dati pubblici di HARPS, un gruppo di ricercatori guidati da Mikko Tuomi del Centre for Astrophysics Research presso l’University of Hertfordshire avrebbero identificato tre nuovi esopianeti, sempre appartenenti al sistema stellare HD 40307. I candidati, che sono stati denominati con le lettere “e”, “f” e “g”, hanno tutte le caratteristiche per essere classificati come super-Terre e l’ultimo, cioè HD 40307g, sta suscitando tutta una serie di emozioni perché pare che si trovi nella cosiddetta zona abitabile, quella regione dello spazio interplanetario dove l’acqua può esistere allo stato liquido. Inoltre, la sua distanza dalla stella, circa 0,6 unità astronomiche, è tale che il pianeta non rivolge costantemente un solo lato della sua superficie alla stella e ciò non causa bruschi cambiamenti climatici o la presenza di venti superficiali che potrebbero risultare altrimenti se il pianeta si trovasse in una regione dello spazio più vicina alla stella. A questa distanza, il pianeta, che ha una massa pari a circa 7 volte la massa terrestre, riceve il 62% della radiazione equivalente che arriva sulla Terra dal Sole. Dunque, se sarà confermato, HD 40307g potrebbe far parte della “short list” dei pianeti potenzialmente abitabili (vedasi questo post).

[Press release: First Potential Habitable Exoplanet in a Six-Planet Star System]

arXiv: Habitable-zone super-Earth candidate in a six-planet system around the K2.5V star HD 40307


La vita aliena, secondo noi

Quando si parla della possibilità di trovare vita su altri mondi alieni, di solito si dice “la vita, come noi la conosciamo”. Ma bisogna ricordare che siamo rimasti sorpresi quando sono state scoperte forme di vita estrema, esotica, sul nostro pianeta. Perciò occorre capire come la vita potrebbe evolvere e svilupparsi sugli ambienti planetari alieni. E’ quello che un gruppo di scienziati ha recentemente discusso alla Conferenza Europea delle Scienze Planetarie (EPSC 2012)  tenutasi a Madrid la scorsa settimana.

Secondo quanto ne sappiamo, ci si aspetta di trovare pianeti che possono ospitare la vita nella cosiddetta zona di abitabilità, cioè quella regione orbitale attorno alla stella in cui i pianeti di tipo terrestre che contengono biossido di carbonio, vapore acqueo e atmosfere ricche di azoto potrebbero mantenere l’acqua allo stato liquido sulla superficie. Questo ha portato gli scienziati a cercare eventuali segnali biologici prodotti da qualche forma di vita extraterrestre  dotata di un metabolismo simile a quello terrestre, dove cioè l’acqua è utilizzata come solvente e dove i mattoni fondamentali della vita, ossia gli aminoacidi, si sviluppano in ambienti in cui sono presenti l’ossigeno e il carbonio. Comunque sia, queste condizioni potrebbero non essere le uniche per le quali la vita può svilupparsi. Sotto la guida di Maria Firneis, l’Università di Vienna  ha costituito un gruppo di ricerca per lo studio di forme di vita extraterrestre che si basano su altri tipi di solventi presenti nei sistemi planetari alieni. “E’ arrivato il momento di prendere una posizione radicale ed eliminare per sempre la nostra mentalità antropica quando si studia la vita nell’Universo“, ha dichiarato Johannes Leitner che fa parte del gruppo di ricerca. “Nonostante questa sia l’unica forma di vita che conosciamo, non si può escludere il fatto che altre forme di vita abbiano preso una strada alternativa all’evoluzione biologica e con un metabolismo diverso da quello a noi noto“, dichiara ancora Leitner. Una delle condizioni necessarie per il tipo di solvente a supporto dello sviluppo della vita è che rimanga liquido su un ampio intervallo di valori della temperatura. L’acqua, ad esempio, rimane allo stato liquido tra 0°C e 100°C, ma altri tipi di solventi possono ancora esistere allo stato liquido fino a temperature di circa 200°C. Questo caratteristico tipo di solvente potrebbe dar luogo all’esistenza di un vero e proprio oceano sulla superficie del pianeta se si trova molto vicino alla sua stella. Lo scenario opposto è ancora possibile. Un oceano formato da ammoniaca potrebbe essere presente allo stato liquido sulla superficie di un pianeta che si trova a enormi distanze dalla stella centrale. Infatti, oggi sappiamo che veri e propri laghi di metano/etano ricoprono grandi regioni della superficie di Titano, un satellite di Saturno. Di conseguenza, le varie discussioni sull’esistenza di potenziali forme di vita extraterrestre e di quali siano le strategie migliori per la sua ricerca sono in fase di sviluppo e non sono solamente limitate agli esopianeti o alle zone di abitabilità. Il gruppo di ricerca dell’Università di Vienna studierà le proprietà di vari solventi, la loro abbondanza nello spazio, le caratteristiche termiche e biochimiche che sono fondamentali per l’origine e l’evoluzione di possibili forme di vita aliena. “Anche se la maggior parte dei pianeti extrasolari sono pianeti gassosi e massicci, simili a Giove, la scoperta di pianeti molto simili alla Terra rimane solo una questione di tempo“, conclude Leitner.

Gliese 163c, un mondo alieno potenzialmente abitabile dove fa molto caldo

Una nuova super-Terra è stata trovata nella zona abitabile del sistema stellare Gliese 163 grazie ad una serie di osservazioni condotte dal gruppo europeo HARPS. Il pianeta, denominato con la sigla Gliese 163c, ha una massa quasi 7 volte quella terrestre e orbita attorno alla stella con un periodo di 26 giorni. Le super-Terre sono quei pianeti extrasolari che hanno masse comprese tra 2-10 masse terrestri e sono principalmente composti di roccia e acqua. Gliese 163 è una nana rossa vicina alla distanza di circa 50 anni-luce nella costellazione del Dorado. Inoltre, è stato trovato un altro pianeta più grande, Gliese 163b, che si trova in un’orbita più vicina alla stella e compie una rivoluzione in 9 giorni. E’ probabile che esista un terzo pianeta, non ancora confermato, che orbita ad una distanza maggiore.

Con questa scoperta, la lista degli esopianeti potenzialmente abitabili comprende 6 oggetti ed è descritta nel Habitable Exoplanet Catalog of the Planetary Habitability Laboratory @ UPR Arecibo. Si tratta, però, di pianeti molto più grandi della Terra anche se sono considerati buoni candidati per ospitare eventuali forme di vita aliena, anche a livello elementare. L’esistenza di questi particolari pianeti in orbita attorno alle nane rosse è stata dibattuta a lungo dagli scienziati. Infatti, gli effetti di marea possono causare un surriscaldamento della superficie stessa dei pianeti e l’elevata interazione gravitazionale della nana rossa può tenerli bloccati, per così dire, sempre con la stessa faccia rivolta alla stella. C’è da dire poi che questo tipo di stelle sono molto attive e i venti stellari possono erodere le atmosfere planetarie molto rapidamente. Tutti questi fattori possono perciò precludere l’esistenza di qualche forma di vita elementare soprattutto nei pianeti più piccoli dove lo spessore dell’atmosfera non è così elevato. Per esempio, nel nostro Sistema Solare non ci sono super-Terre perché gli 8 pianeti sono o più piccoli della Terra o sono giganti gassosi come Giove. Dunque, capire come si formano queste super-Terre attorno alle nane rosse, e non attorno a stelle come il Sole, rappresenta una sfida per i ricercatori anche in termini di una loro potenziale abitabilità. Infine, il satellite Kepler ha rivelato circa 27 pianeti potenzialmente abitabili rispetto ai circa 2300 che attendono ancora di essere confermati. Alcuni di questi oggetti sono molto simili al nostro pianeta ma sfortunatamente appartengono a sistemi stellari molto distanti e per cui diventa quasi impossibile verificare la loro abitabilità anche se questa classe di pianeti è molto comune nella Via Lattea.

La ‘lista’ dei cinque pianeti potenzialmente abitabili

Dati recenti suggeriscono che Gliese 581g sia tra i pianeti extrasolari quello potenzialmente più abitabile. Il sistema stellare Gliese 581 è ben noto per il suo sistema planetario formato da quattro pianeti dove quello più esterno, Gliese 581d, si ritiene anch’esso potenzialmente abitabile. Oggi, la lista dei candidati comprende anche Gliese 667Cc, Kepler-22b e HD58812 che fanno parte del catalogo Habitable Exoplanets Catalog (HEC) e che insieme rappresentano le cinque super-terre di maggior interesse.  

ArXiv: GJ 581 update: additional evidence for a Super-Earth in the habitable zone