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ATLAST, un gigantesco ‘occhio’ nello spazio

Qualche giorno fa, abbiamo scritto della cerimonia inaugurale di quello che sarà il più grande telescopio terrestre del mondo, stiamo parlando dell’European Extremely Large Telescope (E-ELT) il cui specchio primario avrà un diametro di 39 metri. C’è, però, chi pensa già in grande per quanto riguarda i telescopi spaziali di nuova generazione. Infatti, nonostante quasi 25 anni di gloriosa carriera da quando il telescopio spaziale Hubble (HST) ha iniziato la sua missione, grazie alla quale sia gli addetti ai lavori che il grande pubblico hanno potuto ammirare le spettacolari immagini e condividere le grandi scoperte scientifiche, non solo ci si prepara al suo successore, il telescopio spaziale James Webb (JWST) che dovrebbe essere lanciato nel 2018, ma si pensa già ad un progetto più ambizioso per il futuro. Si perché gli astronomi vogliono andare oltre se si pensa che JWST avrà una vita più breve se confrontata con quella di HST. Continua a leggere ATLAST, un gigantesco ‘occhio’ nello spazio

A caccia di metano nelle atmosfere planetarie

Un gruppo di ricercatori della University of College (UCL) di Londra e della University of New South Wales (UNSW) in Australia hanno sviluppato un metodo efficiente che permetterà di rivelare tracce di vita su altri mondi. L’idea è quella di identificare un idrocarburo semplice, il metano, detto anche impropriamente gas di città, essendo quest’ultimo una miscela di più gas, che rappresenta la molecola organica più semplice e la più riconosciuta per trovare segni di vita aliena. La tecnica permetterà di capire, per la prima volta, se esistono molecole ad alta temperatura, ben al di sopra di quelle terrestri, fino a 1220°C. Dunque, gli astronomi analizzeranno lo spettro delle atmosfere planetarie per vedere come esse assorbono la luce stellare a varie frequenze. Quindi, il passo successivo sarà quello di confrontare i dati ottenuti con il modello che permetterà di identificare le varie molecole.

UCL: Hunt for extraterrestrial life gets massive methane boost

arXiv: The spectrum of hot methane in astronomical objects using a comprehensive computed line list

La Via Lattea potrebbe ospitare 100 milioni di mondi potenzialmente abitabili

A new computation method to examine planets orbiting other stars suggests the Milky Way galaxy may house 100 million other places that could support complex life. Credit: Planetary Habitability Laboratory, University of Puerto Rico at Arecibo

E’ quanto emerge da uno studio recente condotto da un gruppo di astronomi i cui risultati sono stati pubblicati sul giornale online Challenges. Nel loro articolo, essi in affermano che potrebbero esistere almeno 100 milioni di mondi alieni nella Via Lattea potenzialmente abitabili. Gli scienziati hanno sviluppato un nuovo metodo di calcolo per esaminare i dati dei pianeti extrasolari in orbita attorno alle rispettive stelle che fornisce una prima stima quantitativa del numero di quei corpi celesti che potrebbero ospitare la vita a livello microbico.

Cornell University: Milky Way may bear 100 million life-giving planets

Challenges: Assessing the Possibility of Biological Complexity on Other Worlds, with an Estimate of the Occurrence of Complex Life in the Milky Way Galaxy

La scoperta di Kepler-186f conferma l’esistenza di pianeti terrestri nella zona abitabile

The artist’s concept depicts Kepler-186f, the first validated Earth-size planet orbiting a distant star in the habitable zone—a range of distances from a star where liquid water might pool on the surface of an orbiting planet. The discovery of Kepler-186f confirms that Earth-size planets exist in the habitable zone of other stars and signals a significant step closer to finding a world similar to Earth. The artistic concept of Kepler-186f is the result of scientists and artists collaborating to help imagine the appearance of these distant worlds. Credit: Danielle Futselaar
Nonostante la recente scoperta di un pianeta extraterrestre delle dimensioni della Terra abbia fatto il giro del web, siamo ancora lontani dall’affermare che possa essere potenzialmente abitabile e perciò ospitare qualche forma di vita intelligente.

Denominato con la sigla Kepler-186f, si tratta del primo corpo celeste in orbita attorno ad una stella nana rossa ad una distanza ideale, nota come zona abitabile, dove l’acqua potrebbe esistere allo stato liquido, una condizione necessaria per lo sviluppo di qualche forma di vita, sia essa primitiva o complessa, almeno come noi la conosciamo. Inoltre, dobbiamo ammettere che potremo non essere in grado di saperlo poichè il pianeta non solo è distante dalla Terra, trovandosi a circa 500 anni-luce, ma risulta estremamente debole per effettuare delle eventuali “osservazioni dirette”. Non sappiamo di certo se la sua superficie sia rocciosa, nè se esista una atmosfera o di cosa sia fatta o se c’è in definitiva acqua sulla superficie.

Oggi, con l’attuale tecnologia non siamo ancora in grado di analizzare lo spettro dell’atmosfera di un esopianeta e non siamo nemmeno vicini a realizzare queste misure estremamente complesse. Forse dovremo aspettare la prossima generazione di telescopi spaziali, diciamo tra 10 o 20 anni. Nel frattempo qui sulla Terra si prepara ad entrare in funzione NESSI, cioè New Mexico Exoplanet Spectroscopic Survey Instrument, che avrà lo scopo di “assaggiare”, per così dire, gli esopianeti fornendo preziosi indizi sulla loro composizione chimica.

Insomma, stiamo parlando del primo corpo celeste delle dimensioni dei pianeti terrestri che si trova proprio nella zona abitabile ma è anche vero che le cose potrebbero cambiare presto. La ricerca di un pianeta che possa ospitare forme di vita intelligenti rimane ancora un obiettivo molto lontano, pura ricerca accademica, poichè non esiste un sistema solare alieno che si trovi abbastanza vicino da permettere una sorta di viaggio spaziale all’umanità, a meno che non avremo inventato tra qualche decina di anni i viaggi nel tempo. Viaggiando ad una velocità prossima a quella della luce, per raggiungere Kepler-186f  e fare ritorno a terra occorrerebbero più di 1000 anni.

NASA: NASA's Kepler Discovers First Earth-Size Planet In The 'Habitable Zone' of Another Star
AFP: Quest for extraterrestrial life not over: experts say
Gemini Observatory: FIRST POTENTIALLY HABITABLE EARTH-SIZED PLANET CONFIRMED BY GEMINI AND KECK OBSERVATORIES
Digital press-kit: Kepler-186f: The First Earth-size Habitable Zone Planet of Another Star
Video: Animation depicting Kepler-186f, the first validated Earth-size planet orbiting a distant star in the habitable zone

C’è davvero ‘qualcuno’ là fuori?

extrasolar_planetLa risposta potrebbe essere, sorprendentemente, no! È quanto emerge da un meeting durante il quale un professore dell’Università di Edinburgo, Charles Cockell, direttore dell’UK Centre for Astrobiology, ha sollevato la possibilità che potrebbe non esistere vita extraterrestre nello spazio.

Man mano che gli scienziati aggiungono alla lista degli esopianeti sempre più mondi potenzialmente abitabili (post), il professor Cockell afferma che questi risultati potrebbero fuorviarci dallo studio verso la ricerca di vita su altri pianeti. “La natura pervasiva della vita sulla Terra ci sta portando a questa ipotesi”, dichiara Cockell. “Sul nostro pianeta il carbonio rappresenta un elemento base per la vita ma non possiamo assumere che sia la regola”. I pianeti abitabili potrebbero essere numerosi nell’Universo anche se la ricerca di eventuali forme di vita potrebbe darci risultati negativi. “Secondo me, è pericoloso assumere il fatto che la vita sia comune nell’Universo. Ciò incoraggia la gente a pensare che il fatto di non trovare ‘segni di vita’ su altri mondi possa essere frutto di un fallimento che, al contrario, ci potrebbe fornire molti indizi su come si è originata la vita”. Nel suo intervento, Cockell suggerisce che gli scienziati dovrebbero utilizzare questo punto di partenza per evitare l’assunzione che le eventuali condizioni di abitabilità siano necessariamente appropriate per ospitare la vita e, di conseguenza, bisognerebbe considerare il problema soprattutto da un punto di vista scientifico più solido e verificabile sperimentalmente. Inoltre, lo scienziato mette in evidenza un altro aspetto comune che i ricercatori prendono quando si parla di vita extraterrestre e cioè che la vita possa sempre risultare, in qualche modo, riconoscibile e tale che possiamo essere in grado di identificarla e di rivelarla. Nonostante la costruzione di telescopi di nuova generazione sempre più potenti e sofisticati e che ci permetteranno di avere maggiori indizi sull’esistenza di tracce di vita su altri mondi, Cockell sottolinea che il nostro modo di pensare, e quindi il nostro approccio alla ricerca, rimangono comunque influenzati dalle nostre conoscenze della vita sulla Terra. Per rivelare eventuali forme di vita aliena dovremmo partire dai seguenti punti:

  • Una volta che la vita abbia origine, essa potrà sviluppare un metabolismo tale da produrre alcuni gas che sono associati a forme di vita conosciute;
  • Una volta che questo tipo di metabolismo evolve, gli eventuali organismi potranno colonizzare in maniera copiosa un pianeta;
  • Una volta che gli organismi avranno colonizzato il pianeta, essi potranno produrre abbastanza gas o altri indicatori biologici sulla superficie tali da accumularsi in determinate concentrazioni che potrebbero essere successivamente identificate.

Dunque, secondo Cockell oggi dobbiamo accettare il fatto che la vita potrebbe esistere su un mondo abitabile senza, però, aspettarci che essa presenti ‘segni caratteristici’ che potrebbero essere un giorno facilmente individuabili dalla Terra.

The Royal Society: Characterising exoplanets: detection, formation, interiors, atmospheres and habitability

Molti più pianeti nella zona abitabile

Secondo una recente analisi condotta da Ravi Kopparapu del Dipartimento di Geoscienze presso la Penn State University, il numero di pianeti potenzialmente abitabili sembra essere molto maggiore di quanto sia stato ipotizzato in precedenza e alcuni di essi potrebbero essere presenti attorno alle stelle più vicine al Sole.

“Oggi crediamo che se prendessimo 10 stelle vicine potremmo trovare almeno quattro pianeti potenzialmente abitabili, prendere o lasciare”, dichiara Kopparapu. “Si tratta comunque di una stima conservativa, forse ce ne potrebbero essere di più”. Kopparapu ha ricalcolato la probabilità di trovare pianeti terrestri nella cosiddetta zona abitabile attorno a stelle di massa più piccola note anche come nane di tipo spettrale M. Gli astronomi si interessano a questo tipo di stelle per diversi motivi. Ad esempio, il periodo impiegato a descrivere un’orbita attorno alle nane-M è molto breve e questo permette ai ricercatori di acquisire una grande quantità i dati monitorando un elevato numero di orbite rispetto a quelle che vengono effettuate nel caso di stelle di tipo Sole dove la zona di abitabilità è molto più ampia. Inoltre, le nane-M sono molto più comuni e ciò vuol dire che possono essere facilmente più osservabili. Ora, secondo i calcoli di Kopparapu si trova che la distanza media del pianeta più vicino potenzialmente abitabile è di circa 7 anni-luce, ossia circa la metà del valore precedentemente stimato. “Ci sono almeno otto stelle di tipo M entro 10 anni-luce, per essere conservativi, e dunque ci aspettiamo di trovare almeno tre pianeti di tipo terrestre nella zona abitabile”. Questi risultati sono il proseguimento di uno studio condotto da alcuni ricercatori dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics nel 1993 che hanno analizzato un campione di 3.987 stelle di tipo M al fine di calcolare quanti pianeti di tipo terrestre ci si aspetta nella zona abitabile. Ad ogni modo, le nuove stime ottenute da Kopparapu, che si basano sui dati di Kepler, derivano da un modello in cui è stata inserita l’informazione sull’assorbimento dell’acqua e dell’anidride carbonica, un dato che non era disponibile nel 1993. Kopparapu ha applicato questo ed altri parametri al modello del gruppo di Harvard, utilizzando lo stesso metodo di calcolo, trovando così che esistono più pianeti nella zona abitabile, almeno di un fattore tre. Insomma, pare che i pianeti terrestri siano molto più comuni di quanto sia stato ipotizzato in precedenza e ciò è un segnale positivo per la ricerca di vita extraterrestre.

Penn State University: Earth-sized planets in habitable zones are more common than previously thought

arXiv: A revised estimate of the occurrence rate of terrestrial planets in the habitable zones around Kepler m-dwarfs

Dalle stelle ‘morenti’ probabili indizi sulla vita extraterrestre

È quanto emerge da uno studio recente in base al quale anche le stelle che si trovano nella fase finale della loro evoluzione potrebbero ancora ospitare dei pianeti sui quali la vita, se esiste, dovrebbe essere rivelata con le future osservazioni spaziali entro i prossimi dieci anni. Queste considerazioni incoraggianti derivano da una serie di studi sui pianeti di tipo terrestre che orbitano attorno alle nane bianche. I ricercatori hanno concluso che si potrebbe rivelare l’ossigeno presente nelle atmosfere planetarie molto più facilmente rispetto al caso dei pianeti che orbitano, invece, attorno alle stelle di tipo solare.

“Nella ricerca di segnali biologici di tipo extraterrestre, le prime stelle che dovremmo studiare sono le nane bianche”, spiega Avi Loeb del Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics (CfA) e direttore dell’Institute for Theory and Computation. Quando una stella come il Sole termina il suo ciclo vitale, spazza nel mezzo interstellare i suoi strati più esterni lasciandosi dietro un nucleo denso, caldo e collassato che viene chiamato nana bianca. Queste stelle morenti hanno le dimensioni della Terra. La stella si raffredda lentamente e si indebolisce nel corso tempo anche se può trattenere ancora a lungo del calore residuo per riscaldare, per così dire, un pianeta vicino anche per miliardi di anni. Dato che una nana bianca è molto più piccola e più debole del Sole, un pianeta dovrebbe trovarsi molto vicino alla stella affinchè l’acqua si trovi sulla superficie allo stato liquido e perciò il pianeta sia abitabile. Inoltre, questo pianeta dovrebbe orbitare attorno alla stella una volta ogni 10 ore e trovarsi ad una distanza di circa 1,5 milioni di chilometri. Prima che la stella diventi una nana bianca, essa passa attraverso la fase di gigante rossa inglobando e distruggendo qualsiasi pianeta che si trovi vicino al suo raggio d’azione. Di conseguenza, un pianeta potrebbe arrivare nella zona abitabile (post) dopo che la stella sia evoluta nella fase di nana bianca. Questo pianeta potrebbe comunque formarsi nuovamente dall’accrescimento di polveri e gas, cioè sarebbe un pianeta di ‘seconda generazione’, oppure potrebbe migrare verso l’interno dalle regioni più distanti. Insomma, se esistono pianeti nella zona abitabile delle nane bianche dovremmo prima o poi trovarli. L’abbondanza di elementi pesanti sulla superficie delle nane bianche implica che una frazione significativa di queste stelle collassate possiede pianeti rocciosi. Loeb e il suo collega Dan Maoz dell’Università di Tel Aviv stimano che una survey delle 500 nane bianche più vicine potrebbe darci alcuni indizi sulla presenza di una o più terre abitabili. Il miglior metodo per rivelare questi pianeti consiste nella ricerca del transito quando la luce di una stella si indebolisce nel momento in cui un pianeta passa davanti al disco stellare. Dato che una nana bianca ha circa le dimensioni della Terra, un pianeta di tipo terrestre dovrebbe bloccare una maggiore frazione di luce e produrre così un segnale caratteristico della sua presenza. Ancora più importante è il fatto che gli astronomi sono in grado di studiare le atmosfere dei pianeti che transitano davanti al disco della propria stella. Quando la luce della nana bianca brilla attraverso l’anello di luce che circonda il disco planetario, l’atmosfera assorbe parte della radiazione. Durante questo momento della fase del transito si producono delle ‘impronte chimiche’ da cui è possibile capire se l’atmosfera contiene vapore acqueo o addirittura ‘segni di vita’ dati dalla presenza di ossigeno. Sulla Terra, l’atmosfera viene continuamente rifornita di ossigeno attraverso la fotosintesi dovuta alle piante. Se un giorno tutte le forme di vita cessassero di esistere sulla Terra, la nostra atmosfera diventerebbe rapidamente priva di ossigeno che si dissolverebbe negli oceani e ossiderebbe la superficie terrestre. Il telescopio spaziale James Webb (JWST), che sarà lanciato in orbita entro la fine di questo decennio, promette di essere un buon strumento per rivelare la presenza di gas nelle atmosfere di questi mondi alieni. Loeb e Maoz hanno simulato uno spettro sintetico sulla base di ciò che JWST potrebbe vedere analizzando l’atmosfera di un pianeta extrasolare che orbita attorno ad una nana bianca. I dati suggeriscono che sia l’ossigeno che il vapore acqueo potrebbero essere rivelati con sole poche ore di osservazione. Ma un altro studio recente mostra che il pianeta abitabile più vicino è molto probabile che si trovi ad orbitare attorno ad una nana rossa. Infatti, secondo Courtney Dressing e David Charbonneau del Dipartimento di Astronomia di Harvard dato che la nana rossa, nonostante sia più piccola e più debole del Sole, è molto più brillante e più grande di una nana bianca, il suo alone di luce potrebbe sovrastare il debole segnale dell’atmosfera di un pianeta che orbita attorno alla stella. Il telescopio spaziale JWST sarebbe perciò costretto ad osservare centinaia di ore di transito e sperare di catturare la composizione chimica dell’atmosfera planetaria. Comunque sia, Loeb rimane convinto che il pianeta più vicino e per il quale possiamo essere in grado di verificare l’esistenza di vita si troverà attorno ad una nana bianca.

Harvard University: Future Evidence for Extraterrestrial Life Might Come from Dying Stars

arXiv: Detecting bio-markers in habitable-zone earths transiting white dwarfs

Oceani di sale ‘amaro’ su Europa

Grazie ai dati spettroscopici raccolti dal WM Keck Observatory, l’astronomo Mike Brown, meglio noto come il “killer di Plutone” per aver declassato Plutone, appunto, dallo stato di pianeta, e Kevin Hand del Jet Propulsion Laboratory (JPL) hanno trovato una chiara evidenza che l’acqua salata appartenente al vasto oceano sotto lo strato esterno di ghiaccio di Europa si fa strada verso la superficie della luna.

I dati indicano che esiste una interazione tra l’oceano e la superficie che rende il mare chimicamente più ricco, un risultato che potrebbe apparire alquanto semplice e paragonabile allo studio più da vicino della superficie della Luna. “Abbiamo in mano il miglior spettro mai realizzato prima“, ha detto Brown. “Oggi abbiamo la prova che gli oceani di Europa non sono isolati e che l’oceano e la superficie interagiscono creando uno scambio chimico“, dice Brown. “Questa situazione diventa importante in termini dell’esistenza di eventuali forme di vita. In altre parole, se vogliamo sapere cosa c’è nel mare basta andare in superficie e raschiare un pò”. Gli fa eco il collega Hand il quale dichiara che “il ghiaccio della superficie di Europa ci fornisce una finestra osservativa per esplorare l’oceano potenzialmente abitabile“. Fin dai tempi della missione spaziale Galileo, quando la sonda ci mostrò come Europa fosse coperta da uno strato di ghiaccio, gli scienziati hanno cominciato a studiare la composizione della sua superficie. Lo spettrometro infrarosso a bordo della sonda Galileo non era in grado di fornire quei dettagli necessari per identificare alcuni dei materiali presenti sulla superficie. Ora, con l’attuale tecnologia di telescopi terrestri, Brown e Hand sono stati in grado di analizzare una caratteristica sulla superficie di Europa che indica la presenza di un sale di solfato di magnesio, noto anche come epsomite, che potrebbero provenire solamente dall’oceano sottostante. “Il magnesio non dovrebbe essere sulla superficie di Europa a meno che non provenga dagli oceani“, dice Brown. “Questo significa che l’acqua dell’oceano arriva sulla superficie e poi si riversa nell’oceano“. Gli scienziati credono che la composizione chimica del mare di Europa ricordi da vicino quella della Terra. “Se potessi andare a fare il bagno nel mare di Europa e potessi gustarlo troverei che avrebbe un sapore di un normale sale amaro“, dice Brown. Hand sottolinea che, dal punto di vista dell’astrobiologia, Europa è considerato un obiettivo più importante e strategico per la ricerca della vita oltre la Terra. “Se abbiamo imparato qualcosa della vita sulla Terra, è il fatto che dove c’è acqua allo stato liquido c’è, in generale, la vita“, spiega Hand. Insomma, è vero che il nostro oceano terrestre è un luogo bello salato e, forse, anche quello di Europa lo è altrettanto per ospitare forme di vita extraterrestre.

Keck Observatory: Astronomers Open Window Into Europa’s Ocean
ApJ preprint: Salts and radiation products on the surface of Europa

12° European Workshop on Astrobiology

The EANA workshop will take place in the AlbaNova main building (Roslagstullsbacken 21) in the Klein auditorium. The lectures will begin on Monday, 15 Oct, at 9:30 (at 9:00 on the other days), and the last lecture will end on Wednesday, 17 Oct, at 18:30. Registration begins on Sunday, 14 October, 17:00-20:00, in the AlbaNova main building.

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La vita aliena, secondo noi

Quando si parla della possibilità di trovare vita su altri mondi alieni, di solito si dice “la vita, come noi la conosciamo”. Ma bisogna ricordare che siamo rimasti sorpresi quando sono state scoperte forme di vita estrema, esotica, sul nostro pianeta. Perciò occorre capire come la vita potrebbe evolvere e svilupparsi sugli ambienti planetari alieni. E’ quello che un gruppo di scienziati ha recentemente discusso alla Conferenza Europea delle Scienze Planetarie (EPSC 2012)  tenutasi a Madrid la scorsa settimana.

Secondo quanto ne sappiamo, ci si aspetta di trovare pianeti che possono ospitare la vita nella cosiddetta zona di abitabilità, cioè quella regione orbitale attorno alla stella in cui i pianeti di tipo terrestre che contengono biossido di carbonio, vapore acqueo e atmosfere ricche di azoto potrebbero mantenere l’acqua allo stato liquido sulla superficie. Questo ha portato gli scienziati a cercare eventuali segnali biologici prodotti da qualche forma di vita extraterrestre  dotata di un metabolismo simile a quello terrestre, dove cioè l’acqua è utilizzata come solvente e dove i mattoni fondamentali della vita, ossia gli aminoacidi, si sviluppano in ambienti in cui sono presenti l’ossigeno e il carbonio. Comunque sia, queste condizioni potrebbero non essere le uniche per le quali la vita può svilupparsi. Sotto la guida di Maria Firneis, l’Università di Vienna  ha costituito un gruppo di ricerca per lo studio di forme di vita extraterrestre che si basano su altri tipi di solventi presenti nei sistemi planetari alieni. “E’ arrivato il momento di prendere una posizione radicale ed eliminare per sempre la nostra mentalità antropica quando si studia la vita nell’Universo“, ha dichiarato Johannes Leitner che fa parte del gruppo di ricerca. “Nonostante questa sia l’unica forma di vita che conosciamo, non si può escludere il fatto che altre forme di vita abbiano preso una strada alternativa all’evoluzione biologica e con un metabolismo diverso da quello a noi noto“, dichiara ancora Leitner. Una delle condizioni necessarie per il tipo di solvente a supporto dello sviluppo della vita è che rimanga liquido su un ampio intervallo di valori della temperatura. L’acqua, ad esempio, rimane allo stato liquido tra 0°C e 100°C, ma altri tipi di solventi possono ancora esistere allo stato liquido fino a temperature di circa 200°C. Questo caratteristico tipo di solvente potrebbe dar luogo all’esistenza di un vero e proprio oceano sulla superficie del pianeta se si trova molto vicino alla sua stella. Lo scenario opposto è ancora possibile. Un oceano formato da ammoniaca potrebbe essere presente allo stato liquido sulla superficie di un pianeta che si trova a enormi distanze dalla stella centrale. Infatti, oggi sappiamo che veri e propri laghi di metano/etano ricoprono grandi regioni della superficie di Titano, un satellite di Saturno. Di conseguenza, le varie discussioni sull’esistenza di potenziali forme di vita extraterrestre e di quali siano le strategie migliori per la sua ricerca sono in fase di sviluppo e non sono solamente limitate agli esopianeti o alle zone di abitabilità. Il gruppo di ricerca dell’Università di Vienna studierà le proprietà di vari solventi, la loro abbondanza nello spazio, le caratteristiche termiche e biochimiche che sono fondamentali per l’origine e l’evoluzione di possibili forme di vita aliena. “Anche se la maggior parte dei pianeti extrasolari sono pianeti gassosi e massicci, simili a Giove, la scoperta di pianeti molto simili alla Terra rimane solo una questione di tempo“, conclude Leitner.