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Una nuova classe di sistemi planetari

Grazie ai dati forniti dalla sonda Kepler, un gruppo di astronomi hanno annunciato di aver scoperto due nuovi sistemi planetari ‘circumbinari’, caratterizzati cioè da pianeti che orbitano attorno a due stelle. La scoperta mette in evidenza il fatto che tali sistemi planetari con due soli non sono rare eccezioni, piuttosto essi sono alquanto comuni nella Via Lattea [press release].

I due nuovi sistemi planetari, denominati con le sigle Kepler-34b e Kepler-35b, orbitano attorno ad un sistema stellare binario. Nonostante l’esistenza di questi sistemi stellari doppi dotati di pianeti sia stata a lungo prevista, tutto ciò è rimasto solo teoria fino alla scoperta del sistema Kepler-16b lo scorso Settembre 2011. Si tratta comunque di pianeti giganti gassosi simili a Giove in dimensione anche se sono meno massicci: in particolare, Kepler-34b è circa 24% più piccolo, possiede una massa che è circa 78% inferiore e orbita attorno ai due soli in circa 288 giorni; Kepler-35b è circa 26% più piccolo di Giove, ha una massa circa 88% inferiore e completa un’orbita in circa 131 giorni. Infine, gli astronomi ritengono che i pianeti siano principalmente composti di idrogeno e che la temperature siano troppo elevate per ospitare eventuali forme di vita aliena.

[Abstract: Transiting circumbinary planets Kepler-34 b and Kepler-35 b]

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Cercando tracce di vita nell’Universo

Il SETI Permanent Committee dell’International Academy of Astronautics (IAA) organizza il 4° Congresso “Searching for Life Signatures – Cercando Tracce di Vita nell’Universo”, che si svolgerà presso il Centro Congressi Kursaal, nella splendida cornice della Repubblica di San Marino, dal 25 al 28 Settembre 2012, la settimana antecedente al 63° Congresso Astronautico Internazionale di Napoli, IAC 2012. Continua a leggere Cercando tracce di vita nell’Universo

La fine di un pianeta distrutto dalla sua stella

Gli astronomi hanno trovato la prima evidenza di ciò che accadrà ai pianeti più interni del nostro Sistema Solare: la distruzione di un pianeta da parte della sua stella. Le osservazioni indicano che il processo è iniziato proprio quando la stella ha cominciato ad espandersi diventando una gigante rossa, analogamente a quanto succederà al Sole tra cinque miliardi di anni. Il gruppo di ricercatori è stato guidato da Alexander Wolszczan, Evan Pugh Professor of Astronomy and Astrophysics at Penn State University che è stato l’astronomo a scoprire il primo pianeta extrasolare.

La scoperta è avvenuta grazie ad una serie di osservazioni condotte mediante il Hobby-Eberly Telescope che avevano lo scopo di analizzare la gigante rossa, denominata con la sigla BD+48 740, e di cercare eventuali pianeti in orbita attorno alla stella. I dati indicano la presenza nella stella di una composizione chimica peculiare e l’insolita orbita ellittica di un pianeta massiccio, almeno 1,6 volte Giove, che ancora sopravvive. L’analisi spettroscopica indica la presenza di una notevole quantità di litio, un elemento raro che è stato creato subito dopo il Big Bang. Il litio viene facilmente distrutto nelle stelle e perciò è proprio la sua abbondanza che risulta anomala. Tuttavia, gli astrofisici teorici hanno identificato pochi processi fisici, a parte il Big Bang, in cui il litio può essere creato nelle stelle. Nel caso di BD+48 740 è probabile che la sua elevata produzione sia stata incrementata grazie alla presenza di materia delle dimensioni di un pianeta che dopo aver spiraleggiato verso la stella ha riscaldato l’elemento litio mentre la stella lo stava processando. L’altra peculiarità di questo sistema è la presenza di un pianeta massiccio che segue un orbita estremamente ellittica, leggermente più allungata rispetto a quella di Marte nel punto più vicino alla stella e decisamente più estesa nel punto più lontano. Queste orbite sono insolite soprattutto nei sistemi planetari dove la stella si trova in una fase di evoluzione e perciò l’orbita di questo pianeta rimane al momento la più ellittica mai osservata. Gli scienziati ritengono che il pianeta vittima della stella abbia dato, per così dire, una spinta gravitazionale al pianeta sopravvissuto prima di ‘cadere’ verso la stella portandolo così in un’orbita eccentrica come la traiettoria descritta da un boomerang.

ArXiv: BD+48 740 – Li overabundant giant star with a planet. A case of recent engulfment?

SETI, ricordando il segnale Wow!

Era il mese di Agosto del 1977 quando in Ohio Jerry Ehman fu colpito da un evento memorabile, almeno per coloro che si occupano della ricerca di segnali intelligenti di origine extraterrestre. Il 15 Agosto, una volta terminata la serie di osservazioni di alcune regioni di cielo, Ehman, che all’epoca era un ricercatore volontario di 37 anni presso l’osservatorio Big Ear, cominciò a stampare i dati che erano stati elaborati con un vecchio computer IBM 1130 in modo da analizzarli manualmente. La noia fu, per così dire, spezzata improvvisamente quando egli si accorse che una colonna verticale mostrava una sequenza numerica “6EQUJ5”, registrata alle ore 10:16pm EST: in altre parole, si trattava di un segnale molto forte. Egli prese subito una penna di colore rosso e la cerchiò mettendo a lato l’esclamazione “Wow!”.

All’epoca, una notizia di questo genere mise l’osservatorio Big Ear al centro dell’attenzione dato che un tale segnale poteva senz’altro essere stato inviato nello spazio da qualche civiltà intelligente al fine di stabilire un contatto. Per Ehman questo segnale, che doveva provenire dalla costellazione del Sagittario, appariva come una sorta di messaggio. John Krauss, direttore dell’osservatorio, ed il suo assistente Bob Dixon che in seguito esaminarono il segnale rimasero entrambi meravigliati. Ma di cosa si trattava? Dopo più di trent’anni, il Segnale Wow! rimane ancora oggi la prima e la più significativa evidenza di una probabile comunicazione interstellare ed uno dei misteri più enigmatici della scienza. Nel corso degli anni, Ehman e colleghi lavorarono per escludere altre spiegazioni, come la presenza di satelliti, aerei o altri segnali di tipo terrestre. In realtà, i ricercatori hanno sempre dichiarato che si tratta effettivamente di un segnale proveniente dallo spazio. “Si tratta di una domanda aperta” dichiarò Ehman al Columbus Dispatch nel 2010 o come disse lo stesso Arthur C. Clark in una intervista del 1997 alla rivista New Scientist, “Solo dio sa di cosa si trattava”. Per capire il significato del Segnale Wow! bisogna fare un passo indietro fino agli anni ‘60. Due fisici della Cornell University, Philip Morrison and Giuseppe Cocconi, avevano provato ad immaginare come una eventuale civiltà extraterrestre fosse stata in grado di contattare un’altra civiltà intelligente situata in qualche parte della nostra galassia. All’inizio, essi pensarono che gli alieni avrebbero usato i segnali radio dato che la loro emissione avrebbe richiesto una minima quantità di energia propagandosi nello spazio alla velocità della luce e percorrendo enormi distanze. Poi, essi ritennero che gli alieni sarebbero stati alquanto intelligenti da inviare un segnale che sarebbe stato compreso da un’altra civiltà, anche se parlavano un’altra lingua. I due fisici notarono che gli elementi chimici emettono onde elettromagnetiche con frequenze specifiche e questo permette agli astronomi, ad esempio, di studiare la composizione chimica di pianeti extrasolari o di stelle distanti analizzando la loro luce. Ora, dato che l’elemento più diffuso nell’Universo emette un segnale con una frequenza caratteristica di 1420 MHz, Morrison and Cocconi si convinsero che gli extraterrestri avrebbero inviato nello spazio un segnale con una frequenza simile a quella dell’idrogeno. Dunque, il dato segnato da Ehman aveva quasi tutte le caratteristiche per essere considerato un segnale intelligente di origine aliena, poichè presentava una intensità 30 volte maggiore rispetto al rumore di fondo ed era molto vicino alla frequenza dell’idrogeno. Per contrasto, le sorgenti naturali, come i pianeti, emettono di solito una radiazione che presenta un intervallo più ampio di frequenze. Nonostante ciò, i ricercatori del SETI non hanno mai provato che il Segnale Wow! fu in realtà un messaggio alieno. C’è da dire che per tentare di dare una spiegazione emersero successivamente una serie di difficoltà . Ad esempio, identificando la regione di cielo a nord-ovest dell’ammasso globulare M55 da dove sarebbe stato emesso il segnale, gli scienziati si accorsero che apparentemente non c’erano oggetti interessanti eventualmente associabili a sistemi planetari. Nel 1997, Paul Shuch del SETI dichiarò alla rivista New Scientist che se il segnale fosse stato inviato da una civiltà aliena avrebbe richiesto una strumentazione molto sofisticata: assumendo che l’obiettivo fosse stata la Terra, gli alieni avrebbero dovuto possedere un trasmettitore di 2,2 Gigawatt, molto più potente di qualsiasi altra stazione radio sulla Terra. Ma la cosa più misteriosa fu che il segnale durò approssimativamente 72 secondi e poi non fu mai più rivelato, anche se nel corso dei successivi 20 anni sono stati condotte centinaia di osservazioni della stessa regione di cielo. Se gli alieni stavano di fatto cercando di contattarci, non avrebbero dovuto ripetere continuamente la trasmissione del segnale? Agli inizi degli anni 2000, i ricercatori provarono ancora una volta con l’antenna di 26 metri del Mount Pleasant Observatory in Hobart, Cambridge, Tasmania, un pò più piccolo del Big Ear ma più avanzato dal punto di vista tecnologico. A dispetto della loro capacità di rivelare segnali dell’ordine del 5% in termini di potenza se confrontata con il Segnale Wow!, nel 2003 la rivista Astrobiology pubblicò un articolo  in cui si affermava che i ricercatori non avevano trovato nulla di simile al segnale di Ehman.

La recente iniziativa portata avanti dal National Geographic (NG)  allo scopo di inviare una risposta, per così dire, al Segnale Wow!, denominata Wow! Reply, ha fatto emergere tutta una serie di domande che sono arrivate in redazione da tutte le parti del mondo: In quale direzione del cielo sarà inviato il segnale? Quanto tempo impiegherà per arrivare? Una volta che la risposta arriverà a destinazione, come sarà interpretata da una eventuale civiltà aliena? Cosa può accadere se avremo poi una risposta? Insomma, tutte queste domande sembrano riassumere la più vecchia delle domande che l’umanità si pone da sempre e a cui oggi non possiamo dare una risposta: Siamo soli nell’Universo? Forse non lo sapremo mai ma NG ha voluto fortemente andare avanti con il progetto raccogliendo centinaia di tweet, successivamente selezionati, scritti da gente comune e contenenti brevi messaggi di testo su ciò che sono le nostre richieste, domande o affermazioni da sottoporre a qualche civiltà aliena. La direzione NG ha chiesto così all’osservatorio di Arecibo, in Puerto Rico, che rappresenta il più grande radiotelescopio a singola antenna, di unirsi al progetto Wow! Reply definendo ciò che sarebbe stato effettivamente il segnale di risposta e  tutti i vari dettagli scientifici della trasmissione del segnale. Non essendo certi della direzione del cielo verso cui trasmettere il segnale Wow! Reply, dato che gli astronomi non sono sicuri da quale regione dello spazio è stato originato lo stesso Segnale Wow!, e tra l’altro per essere precisi non è neanche certo che si tratti di un segnale di origine extraterrestre, i ricercatori di Arecibo hanno suggerito una lista di alcune “destinazioni vicine” dove essi ritengono che esistono condizioni simili a quelle del nostro Sistema Solare. Dunque, sono state scelte tre stelle simili al Sole: Hipparcos 34511, che dista 150 anni-luce; Hipparcos 33277, che si trova a 57 anni-luce ed è poco più grande del Sole; e, forse, la più interessante dei tre, Hipparcos 43587, che dista 41 anni-luce e possiede un sistema di pianeti alcuni dei quali risiedono nella cosiddetta zona abitabile. Wow! Reply è un segnale radio che deriva da un processo di conversione dei tweet in un sistema numerico binario, cioè una sequenza di 1 e 0. Questo tipo di comunicazione è stato già sviluppato tra il V secolo – II secolo A.C. e viene utilizzato tutt’ora dai moderni computer. In altre parole, ad ogni lettera dell’alfabeto, ad ogni numero o simbolo (virgole, punti, esclamazioni, etc.) vengono assegnati dei numeri compresi tra 0 e 127. In questo modo, un certo numero può essere rappresentato con una sequenza di 0 e 1 in gruppi di 7-digit (bit): per esempio, lo zero può essere rappresentato dalla sequenza 0000000, il numero uno dalla sequenza 0000001 e così via. Poi, per aumentare la probabilità che il messaggio venga, per così dire, decodificato i ricercatori di Arecibo hanno aggiunto una sorta di “oggetto del messaggio” ed una sequenza regolare e ripetitiva del sistema binario che costituisce il messaggio stesso. Ciò aiuta il ricevitore a riconoscere che la ripetizione del segnale è intenzionale e quindi proveniente da una sorgente artificiale. Una volta codificati i vari tweet, questi sono stati convertiti da un generatore di onde in quella che viene detta “onda di fase modulata” e attraverso un modulatore “Binary Phase Shift Keying” (BPSK) la fase del segnale viene messa in “off” o “on” significando gli 0 e 1. Si calcola che il segnale trasmesso nello spazio possa essere rivelato alla distanza della stella più vicina, Proxima Centauri che dista 4,2 anni-luce, da un ricevitore delle dimensioni di quello del radiotelescopio di Arecibo con un ritmo di circa 100-150 caratteri al secondo, essenzialmente 1 tweet al secondo, decisamente inferiore a quello che di solito si ha nel web. Naturalmente, ci saranno delle cività aliene con un grado di capacità tecnologica molto superiore alla nostra per poter processare il messaggio e il rumore. Certamente, dobbiamo essere molto realistici sulle probabilità che una civiltà intelligente possa ricevere il segnale Wow! Reply e che, quindi, possa interpretarlo una volta decodificato. Non solo, ma dobbiamo sperare che il segnale arrivi su un pianeta che possieda almeno un radiotelescopio simile a quello di Arecibo tenendo conto che i loro scienziati siano tecnologicamente avanzati e coinvolti nello studio dell’Universo alle onde radio, che il ricevitore sia acceso e puntato proprio nella direzione della Terra durante la fase di trasmissione per sperare alla fine di tutto questo che il segnale venga ascoltato e riconosciuto come artificiale. Stiamo tranquilli che comunque vada le probabilità di un contatto non sono certo favorevoli. Nessuno dei ricercatori di Arecibo ha preso il progetto come una seria possibilità scientifica verso la ricerca di forme di vita intelligenti, dopo tutto non si tratta di un vero e proprio progetto SETI, che è meglio organizzato per ascoltare un segnale extraterrestre su un ampio intervallo di frequenze. Nonostante ciò, il gruppo di ricercatori di Arecibo sono stati e rimangono orgogliosi di aver partecipato a questo progetto scientifico promosso e sostenuto dal NG. In conclusione, sia l’osservatorio di Arecibo che il National Geographic ritengono che qualsiasi progetto scientifico che faccia riflettere e che spinga le nuove generazioni a porsi con grande curiosità domande per comprendere in generale come funziona l’Universo, è un progetto che deve essere perseguito.

Tutti i mondi di Kepler in orbita attorno ad una sola stella

L’immagine mostra un frame dell’animazione realizzata da Alex Parker che ha simulato un ipotetico sistema planetario circondato dai 2299 pianeti rivelati da Kepler.
Credit: A. Parker/Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics

Vi siete mai domandati quanti sono i pianeti extrasolari che sono stati osservati dal satellite Kepler e come sarebbero distribuiti in un ipotetico sistema planetario super affollato? E’ ciò che ha realizzato in questa animazione, denominata ‘Worlds’, Alex Parker un ricercatore in scienze planetarie presso l’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics.

L’animazione mostra 2299 transiti multipli di tutti gli esopianeti che sono stati rivelati fino ad oggi dal satellite Kepler analizzando 1770 stelle. L’animazione si riferisce ad un ipotetico caso in cui tutti i pianeti orbitano attorno ad una singola stella: le relative distanze, i periodi orbitali e le dimensioni sono in scala.  La lista attuale di Kepler contiene, però, 2321 candidati anche se alcuni di questi sono già stati individuati come falsi casi o sono contaminati dai sistemi stellari binari. All’inizio dell’animazione, la griglia di rettangoli che appare brevemente rappresenta il piano focale dell’insieme dei rivelatori CCD a bordo di Kepler. L’attuale lista dei pianeti candidati può essere consultata qui.

Un disco circumstellare composto di quarzo

Un gruppo di astronomi giapponesi guidati da Hideaki Fujiwara hanno scoperto una stella di sequenza principale che è circondata da un raro disco composto da frammenti di quarzo. Si ritiene che i processi di collisione dei planetesimi, i mattoni fondamentali che daranno origine ai pianeti, possano aver prodotto l’anello di polvere di quarzo durante le fasi di formazione della stella. La recente scoperta, ottenuta grazie ad una serie di osservazioni condotte con i telescopi spaziali AKARI e Spitzer che operano nella banda degli infrarossi, può aprire una nuova finestra verso lo studio relativo alla composizione mineralogica dei sistemi planetari extrasolari.

ArXiv: Silica-Rich Bright Debris Disk around HD 15407A

Alla ricerca di impulsi laser alieni

Una delle domande attuali della ricerca dell’Istituto SETI riguarda la possibilità che qualche civiltà intelligente possa inviare nello spazio segnali laser ad impulsi. Questo tipo di approccio potrebbe sembrare arcaico, un pò come quando gli uomini del 18° secolo utilizzavano per comunicare, si fa per dire, la riflessione della luce solare mediante gli specchi oppure, successivamente, i telegrafi per comunicare da una nave ad un’altra. Di fatto, l’idea di utilizzare i segnali luminosi per stabilire un contatto cosmico non è molto vecchia.

Verso la metà del 19° secolo, sia il matematico e astronomo tedesco Carl Gauss che l’inventore francese Charles Cros suggerirono l’utilizzo di lanterne e specchi per attirare l’attenzione dei marziani. Oggi, con le tecniche più moderne, diventa affascinante l’idea di utilizzare impulsi laser di estrema intensità da trasmettere nello spazio. Alcuni scienziati del Lawrence Livermore National Laboratory hanno costruito un laser capace di inviare impulsi con una potenza pari a 1000 trilioni di Watt, nonostante gli impulsi siano di breve durata. Lo strumento si chiama Nova e non è certo il puntatore laser che usiamo quando facciamo le presentazioni in power point. Immaginiamo allora di installare Nova su uno specchio di 10m e di focalizzare il suo fascio inviandolo nello spazio verso una stella che si trovi ad una distanza di circa 50 anni-luce. Si può calcolare, facilmente, che ogni impulso rilascerà circa 10 fotoni per metro quadrato che arriveranno sulla superficie dei pianeti extrasolari. Se confrontiamo questo valore con la luminosità emessa dal Sole in tutte le direzioni, che è di circa 4X1026 Watts, si trova che anche la luce solare raggiunge la superficie di quei pianeti, seppur distanti, pari a circa 250 milioni di fotoni per secondo. Quest’ultimo valore sembrerebbe sminuire la portata del nostro super laser ma certamente non è così se consideriamo un intervallo di tempo dell’ordine del trilionesimo di secondo quando arriva l’impulso. In altre parole, quel breve impulso laser fornisce 8 fotoni per metro quadrato contro un valore di 0.00025 fotoni per metro quadrato dovuti alla luce solare. Questo vuol dire che per un brevissimo intervallo di tempo, l’impulso laser supera la luminosità del Sole di circa un fattore 30.000! Dunque, cosa fanno i ricercatori del SETI ottico? Essi puntano i loro strumenti verso stelle vicine, in termini di distanza, e contano i fotoni che arrivano durante brevissimi intervalli di tempo, dell’ordine del miliardesimo di secondo. La pioggia di fotoni che arriva dalla stella, precedentemente selezionata, causerà un picco, o due, nel conteggio dei fotoni, no più di questo. Se, però, qualche civiltà aliena ha costruito uno strumento simile al nostro e decide di puntarlo nello spazio, potrebbe accadere di registrare dei picchi di intensità nel segnale che stiamo analizzando. Insomma, potremmo avere a che fare con dei veri e propri “space cowboys” che stanno trasmettendo impulsi laser proprio come noi ce li immaginiamo. Sarebbe un modo fantastico di stabilire un contatto cosmico. Questo tipo di esperimenti sono attualmente condotti da diversi ricercatori del SETI e da alcune università. Essi hanno già analizzato alcune centinaia di stelle alla ricerca di impulsi luminosi alieni e i dati sono in corso di elaborazione. Si spera, così, di avere un risultato significativo nei prossimi anni e che dia credito a questa tecnica in modo da poterla ottimizzare per i futuri esperimenti che hanno l’obiettivo di realizzare un contatto con una civilità intelligente.

La ‘lista’ dei cinque pianeti potenzialmente abitabili

Dati recenti suggeriscono che Gliese 581g sia tra i pianeti extrasolari quello potenzialmente più abitabile. Il sistema stellare Gliese 581 è ben noto per il suo sistema planetario formato da quattro pianeti dove quello più esterno, Gliese 581d, si ritiene anch’esso potenzialmente abitabile. Oggi, la lista dei candidati comprende anche Gliese 667Cc, Kepler-22b e HD58812 che fanno parte del catalogo Habitable Exoplanets Catalog (HEC) e che insieme rappresentano le cinque super-terre di maggior interesse.  

ArXiv: GJ 581 update: additional evidence for a Super-Earth in the habitable zone

Oceani su mondi alieni

Un esempio di riflettività degli oceani.
Credit: NASA

Rivelare l’acqua sulla superficie di un pianeta extrasolare sta diventando una priorità per la ricerca dato che, almeno per quanto ne sappiamo, essa rappresenta un elemento essenziale per l’abitabilità di un pianeta. Oggi, un nuovo studio esamina la possibilità che la riflettività della superficie di un mondo alieno possa essere interpretata come una chiara evidenza della presenza di oceani.

Gli scienziati che si occupano di scienze planetarie stanno sviluppando tutta una serie di metodi per rivelare la presenza di acqua sulla superficie di un esopianeta, visto ormai il grande numero di oggetti che orbitano nella cosiddetta “zona abitabile” dove si ritiene che l’acqua possa esistere allo stato liquido. Uno di questi metodi si basa sulla riflessione speculare, nota anche come “luccichio” (glint), simile a quello dovuto alla riflessione della luce solare sulla superficie di un lago o di un mare. Ora, la presenza di oceani sulla superficie di un pianeta alieno può determinare una riflettività apparente, nota come albedo. Secondo questo metodo, non è necessario osservare l’intero “disco” del pianeta, cioè quando esso riflette la luce in maniera simile a quella che viene riflessa dal nostro satellite naturale durante la fase di Luna piena, bensì è possibile rivelare la riflettività della superficie anche durante una fase parziale della sua orbita, per esempio durante la fase crescente. In questo caso ci si aspetta, secondo i calcoli eseguiti da Nicolas Cowan della Northwestern University, che l’albedo aumenti, un segnale che potrebbe indicare la reale presenza di acqua liquida sulla superficie del pianeta.

ArXiv: A false positive for ocean glint on exoplanets: The latitude-abedo effect

Il primo catalogo di Kepler utilizzato per il programma SETI

kepler_planetsMan mano che il telescopio spaziale Kepler scopre sempre più pianeti simili alla Terra, sembra quasi naturale che gli astronomi del progetto di ricerca SETI comincino a dare ‘un’occhiata’, per così dire, a questo primo catalogo di candidati per sintonizzare le proprie antenne allo scopo di rivelare eventuali segnali radio di tipo intelligente. Ecco i primi risultati preliminari.

Gli scienziati stanno elaborando i dati di Kepler a partire da Gennaio 2011. Finora sono stati trovati alcuni segnali interessanti che sono denominati con la sigla Kepler Object of Interest (KOI). Nonostante ciò, spesso questi segnali vengono spiegati in termini di interferenze terrestri. Altri, però, presentano delle caratteristiche per le quali potrebbero essere associati a segnali artificiali e perciò essere di natura extraterrestre: è il caso di KOI 817 e KOI 812. Si tratta di due segnali a banda stretta, così come ci si aspetta se un segnale è di tipo artificiale. Inoltre, i segnali cambiano la propria frequenza periodicamente, a causa dell’effetto Doppler dovuto al moto della sorgente rispetto alla posizione del radiotelescopio terrestre. Dunque, se si trova un segnale con queste proprietà e si è certi che non si tratti d’interferenza, allora possiamo dire di avere a che fare con un segnale artificiale di origine extraterrestre, almeno si parla di un buon candidato. Insomma, sono i primi risultati di una lunga lista di osservazioni e molti altri ancora saranno elaborati nel corso dei prossimi mesi. Tutti i segnali elaborati finora si possono scaricare da questo link.