Archivi tag: civiltà aliene

Cercando tracce di vita nell’Universo

Il SETI Permanent Committee dell’International Academy of Astronautics (IAA) organizza il 4° Congresso “Searching for Life Signatures – Cercando Tracce di Vita nell’Universo”, che si svolgerà presso il Centro Congressi Kursaal, nella splendida cornice della Repubblica di San Marino, dal 25 al 28 Settembre 2012, la settimana antecedente al 63° Congresso Astronautico Internazionale di Napoli, IAC 2012. Continua a leggere Cercando tracce di vita nell’Universo

SETI, ricordando il segnale Wow!

Era il mese di Agosto del 1977 quando in Ohio Jerry Ehman fu colpito da un evento memorabile, almeno per coloro che si occupano della ricerca di segnali intelligenti di origine extraterrestre. Il 15 Agosto, una volta terminata la serie di osservazioni di alcune regioni di cielo, Ehman, che all’epoca era un ricercatore volontario di 37 anni presso l’osservatorio Big Ear, cominciò a stampare i dati che erano stati elaborati con un vecchio computer IBM 1130 in modo da analizzarli manualmente. La noia fu, per così dire, spezzata improvvisamente quando egli si accorse che una colonna verticale mostrava una sequenza numerica “6EQUJ5”, registrata alle ore 10:16pm EST: in altre parole, si trattava di un segnale molto forte. Egli prese subito una penna di colore rosso e la cerchiò mettendo a lato l’esclamazione “Wow!”.

All’epoca, una notizia di questo genere mise l’osservatorio Big Ear al centro dell’attenzione dato che un tale segnale poteva senz’altro essere stato inviato nello spazio da qualche civiltà intelligente al fine di stabilire un contatto. Per Ehman questo segnale, che doveva provenire dalla costellazione del Sagittario, appariva come una sorta di messaggio. John Krauss, direttore dell’osservatorio, ed il suo assistente Bob Dixon che in seguito esaminarono il segnale rimasero entrambi meravigliati. Ma di cosa si trattava? Dopo più di trent’anni, il Segnale Wow! rimane ancora oggi la prima e la più significativa evidenza di una probabile comunicazione interstellare ed uno dei misteri più enigmatici della scienza. Nel corso degli anni, Ehman e colleghi lavorarono per escludere altre spiegazioni, come la presenza di satelliti, aerei o altri segnali di tipo terrestre. In realtà, i ricercatori hanno sempre dichiarato che si tratta effettivamente di un segnale proveniente dallo spazio. “Si tratta di una domanda aperta” dichiarò Ehman al Columbus Dispatch nel 2010 o come disse lo stesso Arthur C. Clark in una intervista del 1997 alla rivista New Scientist, “Solo dio sa di cosa si trattava”. Per capire il significato del Segnale Wow! bisogna fare un passo indietro fino agli anni ‘60. Due fisici della Cornell University, Philip Morrison and Giuseppe Cocconi, avevano provato ad immaginare come una eventuale civiltà extraterrestre fosse stata in grado di contattare un’altra civiltà intelligente situata in qualche parte della nostra galassia. All’inizio, essi pensarono che gli alieni avrebbero usato i segnali radio dato che la loro emissione avrebbe richiesto una minima quantità di energia propagandosi nello spazio alla velocità della luce e percorrendo enormi distanze. Poi, essi ritennero che gli alieni sarebbero stati alquanto intelligenti da inviare un segnale che sarebbe stato compreso da un’altra civiltà, anche se parlavano un’altra lingua. I due fisici notarono che gli elementi chimici emettono onde elettromagnetiche con frequenze specifiche e questo permette agli astronomi, ad esempio, di studiare la composizione chimica di pianeti extrasolari o di stelle distanti analizzando la loro luce. Ora, dato che l’elemento più diffuso nell’Universo emette un segnale con una frequenza caratteristica di 1420 MHz, Morrison and Cocconi si convinsero che gli extraterrestri avrebbero inviato nello spazio un segnale con una frequenza simile a quella dell’idrogeno. Dunque, il dato segnato da Ehman aveva quasi tutte le caratteristiche per essere considerato un segnale intelligente di origine aliena, poichè presentava una intensità 30 volte maggiore rispetto al rumore di fondo ed era molto vicino alla frequenza dell’idrogeno. Per contrasto, le sorgenti naturali, come i pianeti, emettono di solito una radiazione che presenta un intervallo più ampio di frequenze. Nonostante ciò, i ricercatori del SETI non hanno mai provato che il Segnale Wow! fu in realtà un messaggio alieno. C’è da dire che per tentare di dare una spiegazione emersero successivamente una serie di difficoltà . Ad esempio, identificando la regione di cielo a nord-ovest dell’ammasso globulare M55 da dove sarebbe stato emesso il segnale, gli scienziati si accorsero che apparentemente non c’erano oggetti interessanti eventualmente associabili a sistemi planetari. Nel 1997, Paul Shuch del SETI dichiarò alla rivista New Scientist che se il segnale fosse stato inviato da una civiltà aliena avrebbe richiesto una strumentazione molto sofisticata: assumendo che l’obiettivo fosse stata la Terra, gli alieni avrebbero dovuto possedere un trasmettitore di 2,2 Gigawatt, molto più potente di qualsiasi altra stazione radio sulla Terra. Ma la cosa più misteriosa fu che il segnale durò approssimativamente 72 secondi e poi non fu mai più rivelato, anche se nel corso dei successivi 20 anni sono stati condotte centinaia di osservazioni della stessa regione di cielo. Se gli alieni stavano di fatto cercando di contattarci, non avrebbero dovuto ripetere continuamente la trasmissione del segnale? Agli inizi degli anni 2000, i ricercatori provarono ancora una volta con l’antenna di 26 metri del Mount Pleasant Observatory in Hobart, Cambridge, Tasmania, un pò più piccolo del Big Ear ma più avanzato dal punto di vista tecnologico. A dispetto della loro capacità di rivelare segnali dell’ordine del 5% in termini di potenza se confrontata con il Segnale Wow!, nel 2003 la rivista Astrobiology pubblicò un articolo  in cui si affermava che i ricercatori non avevano trovato nulla di simile al segnale di Ehman.

La recente iniziativa portata avanti dal National Geographic (NG)  allo scopo di inviare una risposta, per così dire, al Segnale Wow!, denominata Wow! Reply, ha fatto emergere tutta una serie di domande che sono arrivate in redazione da tutte le parti del mondo: In quale direzione del cielo sarà inviato il segnale? Quanto tempo impiegherà per arrivare? Una volta che la risposta arriverà a destinazione, come sarà interpretata da una eventuale civiltà aliena? Cosa può accadere se avremo poi una risposta? Insomma, tutte queste domande sembrano riassumere la più vecchia delle domande che l’umanità si pone da sempre e a cui oggi non possiamo dare una risposta: Siamo soli nell’Universo? Forse non lo sapremo mai ma NG ha voluto fortemente andare avanti con il progetto raccogliendo centinaia di tweet, successivamente selezionati, scritti da gente comune e contenenti brevi messaggi di testo su ciò che sono le nostre richieste, domande o affermazioni da sottoporre a qualche civiltà aliena. La direzione NG ha chiesto così all’osservatorio di Arecibo, in Puerto Rico, che rappresenta il più grande radiotelescopio a singola antenna, di unirsi al progetto Wow! Reply definendo ciò che sarebbe stato effettivamente il segnale di risposta e  tutti i vari dettagli scientifici della trasmissione del segnale. Non essendo certi della direzione del cielo verso cui trasmettere il segnale Wow! Reply, dato che gli astronomi non sono sicuri da quale regione dello spazio è stato originato lo stesso Segnale Wow!, e tra l’altro per essere precisi non è neanche certo che si tratti di un segnale di origine extraterrestre, i ricercatori di Arecibo hanno suggerito una lista di alcune “destinazioni vicine” dove essi ritengono che esistono condizioni simili a quelle del nostro Sistema Solare. Dunque, sono state scelte tre stelle simili al Sole: Hipparcos 34511, che dista 150 anni-luce; Hipparcos 33277, che si trova a 57 anni-luce ed è poco più grande del Sole; e, forse, la più interessante dei tre, Hipparcos 43587, che dista 41 anni-luce e possiede un sistema di pianeti alcuni dei quali risiedono nella cosiddetta zona abitabile. Wow! Reply è un segnale radio che deriva da un processo di conversione dei tweet in un sistema numerico binario, cioè una sequenza di 1 e 0. Questo tipo di comunicazione è stato già sviluppato tra il V secolo – II secolo A.C. e viene utilizzato tutt’ora dai moderni computer. In altre parole, ad ogni lettera dell’alfabeto, ad ogni numero o simbolo (virgole, punti, esclamazioni, etc.) vengono assegnati dei numeri compresi tra 0 e 127. In questo modo, un certo numero può essere rappresentato con una sequenza di 0 e 1 in gruppi di 7-digit (bit): per esempio, lo zero può essere rappresentato dalla sequenza 0000000, il numero uno dalla sequenza 0000001 e così via. Poi, per aumentare la probabilità che il messaggio venga, per così dire, decodificato i ricercatori di Arecibo hanno aggiunto una sorta di “oggetto del messaggio” ed una sequenza regolare e ripetitiva del sistema binario che costituisce il messaggio stesso. Ciò aiuta il ricevitore a riconoscere che la ripetizione del segnale è intenzionale e quindi proveniente da una sorgente artificiale. Una volta codificati i vari tweet, questi sono stati convertiti da un generatore di onde in quella che viene detta “onda di fase modulata” e attraverso un modulatore “Binary Phase Shift Keying” (BPSK) la fase del segnale viene messa in “off” o “on” significando gli 0 e 1. Si calcola che il segnale trasmesso nello spazio possa essere rivelato alla distanza della stella più vicina, Proxima Centauri che dista 4,2 anni-luce, da un ricevitore delle dimensioni di quello del radiotelescopio di Arecibo con un ritmo di circa 100-150 caratteri al secondo, essenzialmente 1 tweet al secondo, decisamente inferiore a quello che di solito si ha nel web. Naturalmente, ci saranno delle cività aliene con un grado di capacità tecnologica molto superiore alla nostra per poter processare il messaggio e il rumore. Certamente, dobbiamo essere molto realistici sulle probabilità che una civiltà intelligente possa ricevere il segnale Wow! Reply e che, quindi, possa interpretarlo una volta decodificato. Non solo, ma dobbiamo sperare che il segnale arrivi su un pianeta che possieda almeno un radiotelescopio simile a quello di Arecibo tenendo conto che i loro scienziati siano tecnologicamente avanzati e coinvolti nello studio dell’Universo alle onde radio, che il ricevitore sia acceso e puntato proprio nella direzione della Terra durante la fase di trasmissione per sperare alla fine di tutto questo che il segnale venga ascoltato e riconosciuto come artificiale. Stiamo tranquilli che comunque vada le probabilità di un contatto non sono certo favorevoli. Nessuno dei ricercatori di Arecibo ha preso il progetto come una seria possibilità scientifica verso la ricerca di forme di vita intelligenti, dopo tutto non si tratta di un vero e proprio progetto SETI, che è meglio organizzato per ascoltare un segnale extraterrestre su un ampio intervallo di frequenze. Nonostante ciò, il gruppo di ricercatori di Arecibo sono stati e rimangono orgogliosi di aver partecipato a questo progetto scientifico promosso e sostenuto dal NG. In conclusione, sia l’osservatorio di Arecibo che il National Geographic ritengono che qualsiasi progetto scientifico che faccia riflettere e che spinga le nuove generazioni a porsi con grande curiosità domande per comprendere in generale come funziona l’Universo, è un progetto che deve essere perseguito.

SETI Live, un sito dedicato alla ricerca degli ET

Grazie ad una collaborazione tra il TED Prize, Zooniverse Team e l’Istituto SETI, è nato il sito setilive.org dove, per la prima volta, il pubblico potrà vedere i dati raccolti dai radiotelescopi e aiutare così gli scienziati verso la ricerca di segnali intelligenti provenienti da altri mondi. Secondo quanto spiegato dal Direttore dell’Istituto SETI Jill Tarter, lo scopo del sito è quello di rendere più forte la collaborazione tra coloro che sono attivi nella ricerca degli ET. I dati raccolti dall’Allen Telescope Array (ATA) saranno resi pubblici in modo che tutti i partecipanti al programma di ricerca potranno analizzare eventuali segnali radio di tipo artificiale al fine di rispondere ad una delle domande più importanti che l’umanità si chiede da sempre: siamo soli?

Le luci delle ‘città aliene’ come metodo alternativo della ricerca SETI

Se una civiltà aliena costruisse delle città dotate di una forte illuminazione, le generazioni future di telescopi potrebbero essere in grado di rivelarle, ottenendo così un metodo alternativo alla ricerca di civiltà intelligenti sparse nella Via Lattea.
Credit: David A. Aguilar (CfA)

Nella corsa alla ricerca di intelligenze extraterrestri, gli astronomi stanno cercando di rivelare da un lato segnali radio e dall’altro brevissimi impulsi laser artificiali. In un recente articolo, Avi Loeb suggerisce un metodo alternativo per rivelare la presenza di una eventuale civiltà aliena: l’illuminazione cittadina. Continua a leggere Le luci delle ‘città aliene’ come metodo alternativo della ricerca SETI

Alla ricerca della vita in altri universi

Da oltre cinquant’anni una delle domandi più affascinanti a cui gli astronomi cercano di rispondere riguarda il fatto se siamo soli nell’Universo, se c’è qualcuno lì fuori che attende di essere trovato. In alcuni precedenti post ho parlato del programma SETI e di pianeti extrasolari intendendo la ricerca della vita nell’Universo come noi la conosciamo, o meno, sia in termini dell’esistenza di civiltà intelligenti che di forme di vita più elementari. Ma oggi ci spingiamo oltre e ci chiediamo se questo problema si possa estendere al di fuori dell’Universo in cui viviamo, cioè se ha senso domandarsi che la vita può esistere, in qualche modo, in altri universi.

La necessità di rispondere a questa domanda nasce dal problema di capire il significato più intrinseco della costante cosmologica per cui alcuni scienziati, come Steven Weinberg e Martin Rees, hanno preso in considerazione il cosiddetto principio antropico. Infatti, se assumiamo che il nostro Universo è uno dei tanti infiniti multiversi che sono disconnessi dal nostro, ognuno dei quali è caratterizzato da proprie costanti della natura e dove l’energia del vuoto assume valori diversi, ci si chiede quale dovrebbe essere il valore della costante cosmologica affinchè in uno dei tanti universi evolva la vita. Di recente, Alejandro Jenkins ,dell’Università Statale della Florida, e Gilad Perez, del Weizmann Institute of Science in Israele, hanno introdotto una ipotesi provocativa in base alla quale l’esistenza di forme di vita intelligenti, cioè capaci di studiare i processi fisici, impone dei limiti sulle possibili leggi fisiche. “La nostra vita qui sulla Terra, e tutto ciò che conosciamo dell’Universo intorno a noi, dipende da un preciso insieme di condizioni che ci permettono di esistere“, dice Jenkins. “Per esempio, se le forze fondamentali della natura fossero state leggermente diverse, con ogni probabilità gli atomi non si sarebbero formati”, continua Jenkins. “Dunque come mai deve essere così?

Il modello dell’espansione inflazionaria, sviluppato negli anni ’80 allo scopo di risolvere alcuni problemi della cosmologia osservativa, ci dice che il nostro Universo è uno dei tanti che è emerso dal vuoto primordiale. Anche se non abbiamo modo di vedere gli altri universi è plausibile ritenere che questi abbiano proprie leggi fisiche. Dunque non sarebbe un mistero il fatto che noi viviamo in un universo, diciamo, “raro” dove le condizioni fisiche sono quelle ideali per permettere l’esistenza della vita. E’ un po’ come cercare la vita su altri mondi alieni e chiedersi come mai sul nostro pianeta esistano le condizioni giuste per lo sviluppo di forme organiche. In questo senso, Jenkins e Perez hanno provato a modificare le leggi fondamentali della fisica assumendo di “togliere”, per così dire, l’elettromagnetismo o la gravità e vedere cosa succede. In alcuni casi i risultati permettono, sia pure ipoteticamente e con condizioni decisamente differenti da quelle presenti nel nostro Universo, la possibilità che la vita possa esistere in altri universi anche se essi sono caratterizzati da complicate e differenti strutture fisiche. Il fatto poi di capire che tipo di vita ci dobbiamo aspettare è un’altra storia. Questo ci porta a chiedersi se effettivamente il principio antropico sia o meno utile quando pensiamo a ciò che il multiverso potrebbe in definitiva contenere.

Naturalmente si tratta di idee speculative, sebbene alquanto intriganti, che i cosmologi cercano di portare avanti per avere una visione più grande così come l’idea, in particolare, dell’esistenza di universi parallelirisulta a molti scienziati alquanto affascinante. Ritornando alla costante cosmologica, possiamo concludere dicendo che gli universi in cui l’energia del vuoto è molto più grande sono comuni ma si espandono troppo rapidamente per formare stelle, pianeti e la stessa vita, mentre invece gli universi il cui valore dell’energia del vuoto è troppo piccolo sarebbero rari, dunque il nostro Universo sarebbe quello ottimale dove la costante cosmologica assume un valore compatibile con quello attuale. Ma allora siamo soli? Forse i risultati di Jenkins e Perez potrebbero indicare il fatto che il nostro Universo non sia abbastanza “regolato”, per così dire, per permettere lo sviluppo della vita come si è creduto in precedenza.