Archivi categoria: Fisica delle particelle

L’Universo non è più quello di una volta

Dopo circa quattro secoli mi chiedo cosa mai avrebbe detto Galileo se avesse avuto la possibilità di utilizzare i più moderni telescopi? Da qualche decennio, infatti, la nostra visione dell’Universo è letteralmente cambiata, basti pensare alle spettacolari immagini che ci ha fornito, e continua ancora a fornirci sempre in maniera sorprendente, il telescopio spaziale Hubble. Per non parlare, poi, delle missioni spaziali passate, tra cui quella importante del satellite WMAP, e di quelle più attuali, denominate ChandraSpitzer e Fermi, fino ad arrivare alle più recenti Planck ed Herschel. Grazie agli sviluppi tecnologici nel campo dell’ingegneria aerospaziale, oggi è possibile costruire strumenti sempre più avanzati e sofisticati che ci stanno aprendo, per così dire, tante nuove finestre permettendoci di esplorare il nostro Universo in un modo senza precedenti.

Così facendo, si scopre allora che l’Universo è caratterizzato solo dal 4% circa di materia ordinaria, cioè di materia visibile e di cui siamo fatti, quella materia formata da atomi, nuclei eparticelle, e che tutto il resto è fatto di due componenti che ancora non conosciamo e che per nostra ignoranza chiamiamo materia scura (23% circa) ed energia scura (73%), cioè materia che non emette luce ed energia che rimane nascosta nel vuoto, la cui esistenza è stata svelata mediante effetti di tipo gravitazionale.  Ciò è alquanto imbarazzante e costituisce un vero e proprio rompicapo per i cosmologi. Tuttavia questa è una grande epoca per l’astronomia, un periodo in cui la velocità con la quale vengono fornite le informazioni è tale che più osserviamo l’Universo meno ne sappiamo anche se, dobbiamo dire, siamo consapevoli di ciò che ancora ignoriamo. Penso ad un esempio su tutti e che riguarda una scoperta inaspettata, arrivata verso la fine degli anni ’90: contro ogni logica e intuizione, si è trovato che l’espansione cosmica sta accelerando, un fatto alquanto sorprendente. Ci si chiede allora se abbiamo compreso veramente come funziona la gravità, se stiamo applicando in maniera errata la relatività generale o se al contrario conosciamo bene la teoria di Einstein e allora non sappiamo nulla dell’Universo o se, invece, si tratta di un effetto locale per cui la nostra posizione privilegiata si trova nello spazio all’interno di una cosiddetta “bolla cosmica”? Forse le leggi della fisica, come noi le conosciamo, non vanno bene quando vengono applicate nel passato o forse c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui interpretiamo i dati che si riferiscono ad un Universo primordiale. Insomma, guardare oggetti sempre più distanti vuol dire guardare indietro nel tempo ma vuol dire anche avvicinarsi al Big-Bang, cioè alla grande esplosione iniziale che ha dato origine al nostro Universo, incluse le leggi della fisica, circa 13,7 miliardi di anni fa.

Ed è proprio da lì che vogliamo ripartire per ricostruire la storia del cosmo. Ma come? E’ proprio dal nostro pianeta che, si spera, avremo le risposte che stiamo cercando. Infatti, nel tunnel presso il CERN di Ginevra, gli scienziati lavorano con il più potente acceleratore di particelle mai costruito: il Large Hadron Collider (LHC). Uno dei compiti di LHC sarà quello di creare le condizioni iniziali in cui si trovava l’Universo subito dopo il Big-Bang, cioè nella sua prima frazione di secondo, quando le condizioni di energia e temperatura erano estreme. Durante questa fase iniziale, si creavano particelle molto più pesanti di quelle che siamo in grado di osservare oggi e che successivamente, con l’espansione e il raffreddamento dello spazio, si sono trasformate nelle particelle più leggere note a tutti noi. Una delle ipotesi sulla materia scura è che essa sia composta proprio da quelle particelle massicce e antiche che sono esistite ad altissime energie. All’LHC spetterà inoltre il compito di andare oltre i confini dello spazio e deltempo. Se durante le collisioni tra i fasci di particelle, che avvengono nell’anello di 27 Km di circonferenza a velocità prossime alla velocità della luce, si vedranno sparire, per così dire, alcune particelle in uno spazio “al di fuori” rispetto a quello tridimensionale a cui siamo abituati, allora avremo la prova che esistono effettivamente le cosiddette dimensioni spaziali extra. L’Universo consisterebbe perciò di uno spazio multidimensionale caratterizzato da ulteriori dimensioni spaziali, forse sei o sette, così come vuole la famigerata teoria delle stringhe, e che esisterebbero arrotolate o intrecciate in uno spazio piccolissimo che, però, non possiamo vedere o percepire. Ritroveremo un ordine nella natura? Ciò che possiamo dire è che se mai l’LHC dovesse “vedere” le cosiddette particelle supersimmetriche, previste dalla teoria della supersimmetria, allora potremmo, forse, risolvere non solo il mistero della materia scura ma dimostrare l’esistenza di una simmetria che può farci avvicinare verso l’unificazione delle forze fondamentali della natura.

Un fatto è certo: mancano ancora alcuni tasselli per completare il puzzle. Einstein aveva ragione nell’affermare che la cosa più incomprensibile dell’Universo è che risulta comprensibile.

Le tre frontiere della fisica fondamentale

Qual’è la natura dell’Universo? Cosa sono materia, energia, spazio e tempo? Scoprire di che cosa è fatto l’Universo e come funziona costituisce oggi la sfida più importante della ricerca in fisica delle particelle. Migliaia di scienziati provenienti da diversi paesi sono impegnati a collaborare insieme in vari esperimenti allo scopo di ottenere nuovi dati e risultati entusiasmanti.

Gli odierni e i futuri esperimenti in fisica delle particelle forniranno agli scienziati la possibilità di rispondere ad alcune domande fondamentali che sono alla base delle leggi fisiche che governano l’Universo. Questi interrogativi definiscono, in un certo senso, la strada verso cui procede la ricerca della fisica delle particelle nel XXI secolo: Esistono altri principi fisici che non abbiamo ancora scoperto, nuove leggi fisiche? Come possiamo risolvere il mistero dell’energia scura? Esistono effettivamente dimensioni spaziali extra? Ad altissime energie, tutte le forze diventano una sola? Perchè esistono vari tipi di particelle? Cos’è la materia scura? Quali informazioni ci danno i neutrini? Come si è originato l’Universo? Cosa è accaduto all’antimateria? Gli scienziati hanno identificato tre frontiere della ricerca: la frontiera dell’energia, la frontiera dell’intensità, e la frontiera cosmica. Dunque la sfida di oggi è quella di spingere la tecnologia e gli esperimenti verso queste frontiere per cercare di rispondere a queste domande fondamentali su come funziona l’Universo.

Per un maggior approfondimento su questi ed altri argomenti vedi Idee sull’Universo – Da Galileo ai nostri giorni.

Gli ‘esclusivi’ ed ‘elusivi’ buchi neri del CERN

Tutti hanno sentito parlare, almeno una volta, di buchi neri, ma allo stesso tempo credo che non tutti sanno che sono in definitiva i buchi neri. I media, sia che si tratti della stampa o della TV, inclusi spesso anche i blog scientifici, rendono spettacolari le notizie che riguardano questi oggetti esotici, tralasciando di solito la parte che riguarda la Fisica.

La proprietà essenziale di un buco nero è la sua massa. In natura, abbiamo evidenze osservative, non dirette, in base alle quali sappiamo che i buchi neri possono avere masse che vanno da qualche decina a qualche centinaia, milioni o ancora alcuni miliardi di volte la massa del Sole. Di frequente si trovano nei sistemi stellari binari che emettono raggi-X, si parla di buchi neri di ‘taglia stellare’, oppure sono presenti nei nuclei delle galassie attive, in questo caso si parla di buchi neri di ‘taglia galattica’, noti anche come buchi neri supermassicci. Da sempre, essi incutono un timore reverenziale dato che essendo ‘oggetti super densi e collassati’ (in realtà si tratta di singolarità gravitazionale), l’ultimo stadio dell’evoluzione stellare, la loro gravità è così intensa che “piega” in maniera estrema lo spaziotempo attorno ad essi al punto tale che qualsiasi cosa superi l’orizzonte degli eventi, una sorta di “punto di non ritorno”, niente può tornare indietro, nemmeno la luce. Per questo, noi non siamo in grado di osservarli direttamente e quello che vediamo sono solamente gli effetti che la materia, sia che si tratti di gas, polvere o stelle, o la radiazione subiscono quando passano nelle loro vicinanze. C’è da dire, però, che esiste un aspetto positivo a favore dei buchi neri, perché grazie, in parte, ad essi l’Universo è in evoluzione, la materia viene di fatto plasmata e forgiata per formare nuova materia. Certamente è pericoloso vivere in prossimità di un buco nero ma per ora almeno noi possiamo stare tranquilli dato che il più vicino alla Terra si trova a soli 50 milioni di anni-luce, un pò lontano perchè la Terra possa subire in qualche modo i suoi effetti gravitazionali.

Un esempio di un evento registrato presso il rivelatore CMS dell’LHC, il cui numero di getti è previsto dal Modello Standard. Questi eventi stanno alla base della ricerca di buchi neri microscopici quando vengono fatti collidere fasci di protoni ad altissime energie. Risultato: non è stata trovata alcuna evidenza della loro produzione che è stata così esclusa da vari modelli considerando un intervallo di masse di 3,5-4,5 TeV (1 TeV = 1012 electronvolt).
Credit: CMS-LHC/CERN

Se dallo spazio siamo sicuri che non avremo alcuna minaccia da parte di questi “mostri del cielo”, tuttavia da quando recentemente i fisici del CERN hanno acceso l’LHC esiste una certa preoccupazione, che sottolineo non è giustificata, dato che gli esperimenti relativi alle collisioni di fasci di particelle ad altissima energia potrebbero dar luogo alla formazione di buchi neri: vero, ma si tratta di oggetti microscopici. Questa possibilità è stata diffusa dai media suscitando un certo panico e clamore in quanto la creazione di buchi neri, che ripeto sono microscopici, potrebbe avere implicazioni importanti sul destino del nostro pianeta, magari “inghiottendolo”: semplicemente assurdo! Ma allora come stanno le cose? La formazione di buchi neri microscopici è prevista da alcuni modelli che tentano di unificare la relatività generale con la meccanica quantistica, postulando l’esistenza di ulteriori dimensioni extra spaziali che sono, però, “compattificate” rispetto alle tre dimensioni spaziali del mondo a noi familiare. Ad energie così elevate, come quelle che si realizzano presso l’LHC, questi modelli suggeriscono che le particelle possono collidere in maniera molto ravvicinata al punto da “percepire” le dimensioni spaziali extra. In questi casi, le particelle possono interagire gravitazionalmente con una intensità simile a quella delle altre tre forze della natura, l’interazione elettromagnetica e le interazioni forte e debole. Le due particelle che collidono possono formare un buco nero microscopico. L’esistenza di questi mini buchi neri fornirebbero dunque una prova dell’esistenza di altre dimensioni spaziali. Se questo si dimostrerà vero, allora alcuni gravitoni, le particelle che trasmettono la forza di gravità, dovrebbero “scomparire” in queste dimensioni extra, spiegando così il motivo per cui la forza di gravità è molto più debole rispetto alle altre tre forze. Tuttavia, nessun esperimento realizzato finora con CMS ha permesso di rivelare questi eventi esotici e ciò esclude la formazione di buchi neri microscopici  nell’intervallo di energie 3,5-4,5 TeV così come è previsto da tutta una serie di modelli che postulano l’esistenza di ulteriori dimensioni spaziali. Se, invece, si dimostrasse il contrario, il buco nero microscopico dovrebbe evaporare istantaneamente lasciandosi dietro una sorta di “scia distintiva” di particelle subatomiche che sarebbero rivelate dal CMS. Questi risultati non implicano che tali dimensioni extra non esistono, piuttosto potrebbe essere necessario realizzare esperimenti ad energie ancora più alte perciò ne consegue che se queste esistono sono più difficili da rilevare rispetto a quanto si ipotizzava.

Per concludere, godiamoci questo interessante video che mi è stato concesso in esclusiva da Paola Catapano, Science Communicator del CERN, che ha realizzato una intervista al fisico teorico Alvaro De Rujula il quale spiega come mai i buchi neri “fabbricati” al CERN sono in definitiva così divertenti [link al video].

Probabile connessione tra positroni e materia scura?

Uno dei misteri della moderna cosmologia, come abbiamo detto più volte, è quello di capire cos’è la materia scura, quella componente misteriosa che costituisce il 23% circa di ciò di cui è fatto l’Universo. Attualmente, gli astrofisici sono impegnati in una campagna di osservazioni sia sulla Terra, con gli esperimenti del Large Hadron Collider (LHC), che nello spazio profondo, con l’esperimento PAMELA, per risolvere questo importante enigma.

Alcuni esperimenti hanno evidenziato un eccesso di positroni ad alta energia che si ritiene possa essere associato, in qualche modo, alla presenza di materia scura. Manoj Kaplinghat dell’Università della California a Irvine ha affermato che, secondo i modelli teorici, quando le particelle che costituiscono la materia scura collidono vengono trasformate in elettroni e positroni. Gli scienziati che lavorano su un esperimento satellitare, chiamato PAMELA, hanno identificato recentemente un grande eccesso di positroni, suscitando un grande entusiasmo perché essi ritengono che possa esistere una connessione con la materia scura. Ma Kaplinghat e i suoi collaboratori, Jonathan Feng e Hai Bo-Yu, ritengono che l’eccesso di positroni osservato non è del tutto associato associato con la presenza di materia scura. Anche se al momento i fisici non possono spiegare l’eccesso di positroni registrato, esistono comunque degli elementi che lasciano aperta la possibilità che nel corso degli esperimenti, attuali o futuri, si possa arrivare a risolvere il mistero della materia scura. Oggi, esistono vari esperimenti in cui i ricercatori sono impegnati in una sorta di caccia mondiale alla materia scura: basti pensare all’LHC dove gli scienziati fanno collidere le particelle subatomiche ad una velocità prossima a quella della luce per comprendere la natura dell’Universo; in altri esperimenti sottoterra i ricercatori registrano deboli segnali di particelle che essi ipotizzano possano essere associati alla materia scura; infine, gli esperimenti nello spazio hanno lo scopo di rivelare raggi gamma di alta energia, neutrini e antimateria che potrebbe, quest’ultima, essere un segnale significativo della presenza di particelle candidate come materia scura. “Per ora, non abbiamo una spiegazione convincente sull’eccesso di positroni osservato“, ha detto Yu. “I dati provenienti dagli esperimenti dell’LHC, dagli esperimenti nei ghiacci antartici e nello spazio, getteranno luce su questo mistero entro i prossimi due anni e, forse, saremo in grado di individuare la famigerata particella che costituisce la materia scura“.

ArXiv: Halo Shape and Relic Density Exclusions of Sommerfeld-Enhanced Dark Matter Explanations of Cosmic Ray Excesses

Perchè l’Universo è composto di materia?

Il gruppo DZero ha rivelato un nuovo modo con cui le particelle elementari spezzano in natura la simmetria materia-antimateria. Questo tipo di violazione CP è in disaccordo con le previsioni del Modello Standard. I risultati potrebbero spiegare come mai l’Universo è fatto di materia e non di antimateria.
Credit: DZero collaboration

Gli scienziati del progetto DZero presso il Dipartimento di Energia del Fermi National Accelerator Laboratory hanno annunciato di aver trovato una significativa evidenza dell’asimmetria materia-antimateria nel comportamento delle particelle elementari che contengono i bottom-quark rispetto all’attuale modello di riferimento su cui si basa la fisica delle particelle elementari: il cosiddetto Modello Standard.

I risultati del gruppo DZero result si basano sul confronto delle distribuzioni dei muoni che hanno carica positiva e negativa (μ+ and μ-) e che si producono dalle collisioni di alta energia tra protoni e antiprotoni. Se la simmetria materia-antimateria è perfetta ci si aspetta che la distribuzione dei muoni nelle due configurazioni con cui è stato realizzato l’esperimento dia lo stesso risultato. Invece, il gruppo DZero ha trovato una deviazione dell’1% che dimostra l’esistenza dell’asimmetria materia-antimateria.
Credit: Fermilab

I dati indicano una differenza dell’1% tra le coppie di muoni e le coppie antimuoni che si producono durante il decadimento dei mesoni B nelle collisioni di alta energia che vengono realizzati negli esperimenti del Tevatron al Fermilab.

Nonostante i fisici abbiano osservato queste differenze nel comportamento delle particelle, noto come “violazione CP”, esse sono piuttosto piccole per poter spiegare il fatto che la materia di cui è fatto l’Universo domina sull’antimateria e sono consistenti con il Modello Standard delle particelle elementari. Se confermati da altri esperimenti, l’effetto misurato dai ricercatori del progetto DZero potrebbe rappresentare un altro passo verso la comprensione di nuovi fenomeni fisici che ancora non conosciamo. Comunque sia, la probabilità che queste misure siano consistenti con altri effetti noti è inferiore allo 0,1%. Insomma, il mondo è fatto di materia e le antiparticelle si possono produrre solo negli acceleratori, nelle reazioni nucleari o ancora nei raggi cosmici. Cosa è successo all’antimateria? E’ una delle domande fondamentali a cui la fisica del 21° secolo cercherà di rispondere e, si spera, la risposta potrebbe arrivare dai prossimi esperimenti dell’LHC.

Fermilab Pub: Evidence for an anomalous like-sign dimuon charge asymmetry

Quanto è ‘scura’ la materia scura?

Un gruppo di ricercatori dell’Università della Florida ha trascorso quasi dieci anni a monitorare un esperimento che utilizza rivelatori al germanio e al silicio, raffreddati fino a qualche frazione di grado sopra lo zero assoluto, allo scopo di studiare la materia scura. Il risultato? Forse si è trovato qualcosa che suggerisce di continuare la ricerca.

Per capire gli effetti dovuti alla presenza della materia scura basta dare una occhiata, ad esempio, al Sistema Solare dove Mercurio, per rimanere in orbita attorno al Sole, si deve muovere con una velocità orbitale di 48 Km/sec mentre il più lontano Nettuno lo fa muovendosi con una velocità orbitale di soli 5 Km/sec. Ciò non si osserva nel caso della Via Lattea o in altre galassie. In altre parole, la materia nelle regioni più esterne di una galassia a spirale si muove quasi con la stessa velocità orbitale della materia che si trova invece in prossimità delle regioni più centrali della galassia. Questo fatto è alquanto sorprendente dato che non sembra esistere abbastanza gravità nelle regioni più esterne del sistema galattico che possa mantenere la materia in orbita attorno alla galassia dato che, altrimenti, si disperderebbe nello spazio. Ciò implica che deve esistere una maggiore forza gravitazionale per spiegare come mai queste galassie continuano ad orbitare e stare insieme, cioè deve esistere altra materia che non vediamo e che per motivi di ignoranza chiamiamo appunto materia scura. Sappiamo che la presenza di materia scura è importante per mantenere gli ammassi di galassie legati gravitazionalmente e, inoltre, essa ci permette di spiegare il fenomeno della lente gravitazionale su larga scala, come si può vedere ad esempio nel Buller Cluster. I modelli ricostruiti al computer suggeriscono che le galassie possono avere aloni di materia scura e che essa può essere distribuita all’interno della loro struttura nello spazio intergalattico determinando così il 90% della massa galattica totale. Attualmente si ritiene che una piccola componente di materia scura sia di tipo barionico, cioè formata da protoni e neutroni, e che può esistere sotto forma di gas freddo e denso, come buchi neri, stelle di neutroni, nane brune o pianeti massicci e isolati (planemi), tutte componenti note come Massive Astrophysical Compact Halo Objects (MACHOs). Tuttavia queste componenti non producono quegli effetti gravitazionali osservati che sono invece dovuti appunto alla materia scura. In conclusione la maggior parte di questa componente misteriosa deve esistere nella forma di materia di tipo non barionico, cioè nella forma delle cosiddette Weakly Interacting Massive Particles (WIMPs).

Tra le particelle note come WIMPs, che probabilmente non hanno carica elettrica, i neutrini, prodotti in abbondanza dalle reazioni di fusione nucleare che hanno luogo nei nuclei delle stelle, potrebbero essere i migliori candidati anche se la loro massa non è sufficiente per giustificare gli effetti osservati. Invece,  la particella ideale per rappresentare la materia scura potrebbe essere il cosiddetto neutralino, una particella ipotetica prevista dalla teoria della supersimmetria. Il secondo esperimento chiamato Cryogenic Dark Matter Search Experiment (CDMS II), costituito da rivelatori a cristalli liquidi, è situato in una miniera di ferro nel Minnesota e ha lo scopo di rivelare solamente alcune particelle che sono in grado di penetrare in profondità il terreno. L’esperimento cerca quegli eventi di ionizzazione che possono essere utilizzati per distinguere le interazioni elettroniche da quelle nucleari. Si assume infatti che una particella WIMP ignori gli elettroni e potenzialmente interagisca con un nucleo. Ad oggi sono stati riportati due possibili eventi che tuttavia non possono essere considerati statisticamente significativi ma possono dare comunque una direzione alla ricerca. I risultati ottenuti dal gruppo di ricercatori indicano non solo quanto sia complicato rivelare una particella WIMP, cioè quanto scura sia la materia scura, ma che dovrà essere necessario migliorare la sensibilità stessa dei rivelatori.

Gli enigmi dell’asimmetria barionica e della materia scura spiegati con l’ilogenesi

E’ a tutti noto che l’Universo è principalmente composto da energia scura e da materia scura, due misteriose componenti di cui non sappiamo ancora nulla sulla loro effettiva origine e natura, e solo il 4% circa si trova sottoforma di materia normale, cioè la materia barionica che costituisce gli atomi. A questi misteri se ne aggiunge un altro relativo all’asimmetria materia-antimateria. Tuttavia, alcuni fisici hanno proposto di recente un meccanismo che potrebbe spiegare, simultaneamente, l’asimmetria barionica e la materia scura.

Gli scienziati Hooman Davoudiasl del Brookhaven National Laboratory in Upton, a New York, David Morrissey e Sean Tulin del TRIUMF a Vancouver, nel British Columbia e Kris Sigurdson dell’University of British Columbia, in Vancouver, hanno pubblicato i risultati di una ricerca relativa ad un meccanismo fisico che essi hanno denominato “ilogenesi”, un termine che deriva da due parole del greco e cioè “ilo”, che significa materia primordiale, e “genesi” che vuol dire appunto origine. “Ci sono due problemi in fisica teorica che devono essere ancora risolti” dichiara Sigurdson. “L’asimmetria barionica, cioè il fatto che abbiamo atomi e non antiatomi nell’Universo, è stato un problema sin da quando Paul Dirac propose l’esistenza dell’antimateria nel 1928 e che poi venne scoperta più tardi, nel 1932. L’altro problema riguarda la materia scura. Le prime evidenze risalgono, storicamente, all’analisi dell’ammasso di Coma da parte di Fritz Zwicky nel 1933 e finora rimane un mistero irrisolto. Il meccanismo fisico da noi proposto suggerisce la formazione della materia normale e della materia scura e permette di risolvere il mistero dell’asimmetria barionica“.

Proviamo a spiegarlo. Supponiamo che nello scenario in cui si forma la materia, una nuova particella X e la sua antiparticella X (ics barrato), che hanno cariche uguali ma di segno opposto, vengano prodotte durante le fasi iniziali della storia dell’Universo. X e X sono in grado di accoppiarsi con i quark, che sono le componenti fondamentali della materia barionica, ossia protoni e neutroni, che fanno parte della materia visibile così come di quella non visibile. In tale scenario, X e X sarebbero state prodotte quando la temperatura dell’Universo si è innalzata subito dopo la fase inflazionarla, cioè nei primissimi istanti iniziali subito dopo il Big Bang. Successivamente, X e X si sono trasformate in particelle barioniche visibili e in parte in particelle barioniche non visibili. Però, le particelle X si trasformarono in neutroni con una frequenza maggiore di quanto le rispettive particelle X si trasformarono in antineutroni. Dunque le particelle X si trasformarono in antiparticelle non visibili più di quanto le particelle X si trasformarono in particelle non visibili. In questo modo, i quark costituirebbero la materia barionica di cui è fatto tutto ciò che vediamo mentre gli antibarioni non visibili costituirebbero ciò che chiamiamo materia scura. Nel processo di decadimento, il numero barionico positivo della materia visibile è bilanciato dal numero barionico negativo della materia scura.

Le densità di energia associate alla materia visibile e alla materia scura sono veramente molto vicine, differiscono solo di un fattore 5” dice Tulin. “Questo fatto costituisce una buona coincidenza e potrebbe essere un segnale del fatto che sia la materia visibile che la materia scura abbiano una origine comune“. Per verificare tutto ciò, gli scienziati stanno pianificando nuovi esperimenti in cui dal decadimento dei nucleoni si possano rivelare indizi importanti sulla esistenza di materia scura dato che il processo stesso rappresenta un segnale distintivo del meccanismo da essi proposto.

[Abstract: Unified Origin for Baryonic Visible Matter and Antibaryonic Dark Matter]