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ATLAST, un gigantesco ‘occhio’ nello spazio

Qualche giorno fa, abbiamo scritto della cerimonia inaugurale di quello che sarà il più grande telescopio terrestre del mondo, stiamo parlando dell’European Extremely Large Telescope (E-ELT) il cui specchio primario avrà un diametro di 39 metri. C’è, però, chi pensa già in grande per quanto riguarda i telescopi spaziali di nuova generazione. Infatti, nonostante quasi 25 anni di gloriosa carriera da quando il telescopio spaziale Hubble (HST) ha iniziato la sua missione, grazie alla quale sia gli addetti ai lavori che il grande pubblico hanno potuto ammirare le spettacolari immagini e condividere le grandi scoperte scientifiche, non solo ci si prepara al suo successore, il telescopio spaziale James Webb (JWST) che dovrebbe essere lanciato nel 2018, ma si pensa già ad un progetto più ambizioso per il futuro. Si perché gli astronomi vogliono andare oltre se si pensa che JWST avrà una vita più breve se confrontata con quella di HST.

Di questo ne ha parlato Martin Barstow dell’Università di Leicester e presidente della Royal Astronomical Society durante il National Astronomy Meeting (NAM 2014) che si sta tenendo in questi giorni a Portsmouth in Gran Bretagna. Si tratta di una collaborazione internazionale che dovrebbe dar vita ad uno strumento tecnologicamente avanzato, denominato Advanced Technologies Large Aperture Space Telescope (ATLAST), con lo scopo primario di rivelare segni di vita aliena su altri mondi. Attualmente, esistono due progetti principali che saranno realizzati sotto la supervisione delle agenzie spaziali europee e americane. Uno di questi prevede la costruzione di un unico specchio primario del diametro di 8 metri mentre l’altro prevede la costruzione di uno specchio di 16,8 metri  a sintesi di apertura composto da 36 specchi singoli del diametro di 2,4 metri, in pratica come mettere insieme 36 HST. In entrambi i casi, gli strumenti opereranno in banda visibile e in parte nella banda dell’ultravioletto e dell’infrarosso. Inoltre, il telescopio spaziale sarà in grado di rivelare la luce dei pianeti di tipo terrestre più vicini e di analizzare gli spettri delle atmosfere planetarie alla ricerca di molecole di ossigeno, ozono, acqua e metano che potrebbero essere indicatori della presenza di vita (vedasi A caccia di metano nelle atmosfere planetarie). Non solo, lo strumento potrebbe essere in grado di osservare persino i cambiamenti superficiali con l’alternarsi delle stagioni. Ma tra i vari obiettivi scientifici ATLAST potrebbe essere utilizzato per studiare l’origine delle stelle e delle galassie con una definizione senza precedenti, fornire preziosi indizi sulla storia evolutiva delle stelle e sull’importanza che il mezzo interstellare ha nel dare origine alle galassie durante il corso di miliardi di anni. Se tutto procederà come previsto, ATLAST potrebbe vedere la prima luce nel 2030 ma prima si dovranno affrontare tutta una serie di sfide tecnologiche che riguardano soprattutto la sensibilità dei rivelatori e l’efficienza degli specchi i cui singoli pezzi, se sarà scelto il sistema della sintesi di apertura, dovranno essere assemblati nello spazio anzichè a terra. Insomma, è una decisione che dovrà essere presa nell’immediato se si vogliono rispettare i tempi. Forse, ATLAST potrà fornirci una risposta ad una vecchia domanda: siamo soli?

RAS: Time to think big: a call for a giant space telescope
arXiv: Advanced Technology Large-Aperture Space Telescope (ATLAST): A Technology Roadmap for the Next Decade
arXiv: Advanced Technology Large-Aperture Space Telescope (ATLAST): Characterizing Habitable Worlds
arXiv: Science drivers and requirements for an Advanced Technology Large Aperture Space Telescope (ATLAST): Implications for technology development and synergies with other future facilities
arXiv: Prospects for Detecting Oxygen, Water, and Chlorophyll in an Exo-Earth

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